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SCHEDA/ Rai, 60 anni tra riforme, politica e mercato

Sessant’anni tra politica e mercato, obblighi da servizio pubblico e concorrenza: la riforma della Rai varata dal governo Renzi è l’ultimo capitolo di una storia ultradecennale che ha visto declinare in vario modo il peso dell’esecutivo e del Parlamento su Viale Mazzini. 1952 – Il primo anno di svolta è il 1952: un decreto del Presidente della Repubblica rinnova in esclusiva la concessione (radiofonica, due anni dopo anche televisiva, la prima trasmissione è del 3 gennaio 1954) per vent’anni all’Eiar, che intanto diventerà Rai – Radiotelevisione Italiana (il 10 aprile 1954), una Spa. Il pacchetto di maggioranza viene affidato all’Iri, i sei membri del cda vengono nominati dal governo, così come presidente e amministratore delegato; il piano triennale dei programmi viene sottoposto ad autorizzazione ministeriale; nasce il sistema di finanziamento misto canone-pubblicità. 1975 – La prima legge organica di settore è la 103/1975. Il servizio pubblico radiotv è in capo allo Stato, che lo affida in concessione (per sei anni) alla tv pubblica, finanziata anche con gli spot. La vera novità è che il controllo passa dal governo al Parlamento, tramite la commissione di Vigilanza: il cda Rai è composto da 16 membri in carica per tre anni, di cui 10 eletti dalla bicamerale (a maggioranza di 3/5) e 6 dall’assemblea dei soci (cioè l’Iri, dunque dal governo). Presidente e direttore generale vengono eletti dagli stessi consiglieri al loro interno. L’esercizio del servizio radiotv deve assicurare l’indipendenza, la completezza, e l’obiettività dell’informazione. Vengono fissate anche specifiche modalità per la comunicazione politica: nascono le tribune. 1985 – Con la legge 10/1985 tutti e 16 i membri del cda sono eletti dalla Vigilanza; il presidente viene eletto all’interno del consiglio, il direttore generale è nominato dal governo. Nel frattempo, però, sta nascendo il primo polo privato su scala nazionale, con l’acquisizione di tre network da parte di Fininvest: la legge,, pur ribadendo che la trasmissione a livello nazionale spetta allo Stato, riconosce per la prima volta la legittimità dell’attività di radiodiffusione privata. 1990 – Con la legge Mammì (233/1990) i consiglieri – ancora scelti dalla Vigilanza – devono essere nominati all’inizio della legislatura e restano in carica per tutta la sua durata. Viene istituito il Garante per la radiodiffusione e l’editoria (che con la Maccanico, nel 1997, diventerà Autorità garante per le Comunicazioni); vengono fissati limiti di affollamento pubblicitario (4% dell’orario settimanale, 12% di ogni ora per la Rai, 15% per le emittenti private) e tetti antitrust. 1993 – Si cambia ancora: il cda Rai è composto da soli cinque membri, nominati d’intesa dai presidenti di Camera e Senato. Il consiglio nomina il presidente al suo interno (a maggioranza assoluta) e il dg scelto all’esterno. 2004 – La legge Gasparri (112/2004) rivoluziona l’assetto della Rai. Il cda è composto di nove membri, in carica per tre anni, rieleggibili una sola volta: sette eletti dalla commissione di Vigilanza, e quindi dai partiti; gli altri due, di cui il presidente, indicati dall’azionista ministero dell’Economia. La nomina del presidente diventa però efficace con il parere favorevole, a maggioranza di due terzi, della Vigilanza. Il cda nomina poi il direttore generale, d’intesa con l’azionista. Nasce il Sic, il sistema integrato delle comunicazioni, il nuovo ‘paniere’ sul quale vengono calcolati i tetti Antitrust. Si apre la strada alla privatizzazione parziale della Rai (mai attuata) e all’avvento del digitale terrestre. Dopo la Gasparri, a cambiare le regole proverà nel 2007 l’allora ministro Gentiloni. Il ddl – poi rimasto al palo con la caduta del governo Prodi – prevede una fondazione come nuovo azionista della Rai (con un Consiglio di 11 membri, 4 nominati dalla Vigilanza a maggioranza di due terzi, 2 dalla Conferenza Stato-Regioni, 1 dal Consiglio nazionale dell’Economia e del lavoro, dal Consiglio nazionale degli utenti, dall’Accademia dei Lincei e dalla Conferenza dei rettori delle Università, 1 eletto dai dipendenti Rai), un cda a 5 membri, nominato dal Consiglio della Fondazione e un ad dai forti poteri.

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