| categoria: Dall'interno, politica

L’INTERVISTA/ Collicelli: quella italiana è una “società densa”, tutto si mischia in un magma indifferenziato”

“Salute mentale, un paese fuori controllo”. Dietro il titolo del convegno organizzato da Il Nuovo Corriere di Roma e del Lazio in collaborazione con la LUMSA e sotto l’egida dell’Ordine dei giornalisti lo scenario di una realtà sempre più confusa e preoccupante, l’Italia è a un passo dalla crisi di nervi, il malessere sociale monta e si esprime in mille, dolorosi modi. Tra i relatori Carla Collicelli, vice direttore del Censis e acuta osservatrice della società italiana. Nel suo intervento ha calcato la mano su un concetto, quello di “società densa”. L’abbiamo intervistata:
Potrebbe approfondire il concetto di “società densa”?
Ci sono ormai tantissimi studi sulle caratteristiche della società post-moderna e ne sono state date innumerevoli definizioni. Tra quelle che condivido di più c’è n’è una di Bauman sulla “società liquida” secondo il quale oggi non ci sono più strutture o forme organizzative ben delineate, riferimenti normativi o valoriali facilmente identificabili ma tutto si trasforma in una sorta di magma indifferenziato. Da questo concetto deriva quello di “società densa” che sviluppa ulteriormente il primo aggiungendo un dato che riflette la pienezza, la mancanza di spazi vuoti tra le migliaia di associazioni, istituzioni, luoghi di lavoro, partite iva ecc…
Quindi questa densità non è connotata in senso negativo?
Non necessariamente, la densità di per se è neutra. Ci sono degli aspetti positivi nelle innovazioni come il miglioramento delle vie di trasporto, l’accessibilità alle informazioni, la rete di internet; di fatto, questo concetto può essere declinato in tutte gli aspetti della società. Però, non si può negare che ci siano anche delle connotazioni negative: la densità è sinonimo di immobilità. O meglio, come l’ha definita Marco Revelli, un sociologo contemporaneo, la nostra società è impegnata in una sorta di “danza immobile” costante. Il movimento c’è ma finisce per ruotare sempre attorno ai soliti canali e impedisce la visione di una chiara strategia di progresso. Semplificando molto: ci muoviamo come forsennati ma non costruiamo molto; pensi alle macchine bloccate nel traffico o all’inconcludenza di tante azioni dei politici.

E nonostante la densità di questo magma sociale, la sua pienezza, per i contemporanei si determina l’effetto contrario, cioè spaesamento e solitudine?

Sì, tuttavia non in modo più sottile. Per farle un esempio si era pensato che dopo l’undici settembre la partecipazione a manifestazioni di piazza e ad eventi pubblici sarebbe diminuita, tutt’altro, la paura non ha avuto l’effetto temuto e studiando i dati dei cosiddetti “grandi eventi” riscontro un aumento costante delle presenze. Paradossalmente però, nonostante siamo più a contatto con gli altri, ne abbiamo sempre più paura e questo si evince dall’incremento delle microconflittualità. Dalla “classica” riunione di condominio dove i vicini si tirano le sedie agli omicidi in famiglia passando per i giovani che picchiano sconosciuti: l’aggressività latente è in aumento ed esplode con frequenza sempre maggiore. Grande peso in questo contesto assume la paura del “diverso”, se ci fa caso, in momenti di crisi sociale lo straniero, sia esso di un altro stato, di un’altra religione o semplicemente di un’altra città, diventa il nemico e quindi un catalizzatore di rabbia.

Crede che nel deteriorarsi dei rapporti sociali Internet e i social media abbiano colpe particolari?

Anche in questo caso io sono per una caratterizzazione neutra dello strumento. Chi usa la rete con coscienza, in modo sereno, non ne trae disturbi, semmai accresce le sue possibilità di reperire informazioni e di sentirsi appagato. Viceversa, chi si chiude in un mondo virtuale senza riuscire più a distinguere le differenze si fa del male ma di questo non possiamo certo dare la colpa al mezzo.

Quali sono stati gli effetti tangibili di quest’addensamento nel tessuto sociale italiano?

Di sicuro lo sfaldamento delle relazioni fino a qualche decennio fa consolidate. Ci sono tanti fattori che concorrono a questa mutazione: la mobilità nel mondo globalizzato, la leggerezza con la quale molte famiglie oggi si creano e si sfasciano dopo poco tempo per motivi che nella maggior parte dei casi erano prevedibili, ma anche la minor paura del giudizio altrui e quindi la spinta ad agire più per desiderio che per salvare le apparenze. La famiglia non è più un monolite, nel bene e nel male, e questo nel tessuto connettivo italiano è un cambiamento epocale.
In secondo luogo c’è un aspetto altamente negativo: il crollo della “mobilità sociale”. Infatti, dagli anni ’90 in poi i figli non riescono più a progredire nella scala sociale e spesso si ritrovano ad avere posizioni peggiori di quelle dei loro genitori e a guadagnare meno contrariamente alla tendenza che si era sviluppata dal dopoguerra fino a quel momento.

Ma questo secondo aspetto non ha anche cause endemiche, di politica economica e sociale?

Certo. Anzi, oserei dire, soprattutto. Se dopo gli anni ’80 ci fossimo adeguati ai cambiamenti come hanno fatto altri stati, un esempio per tutti la Gran Bretagna, oggi non soffriremmo questa situazione in modo così violento. Invece abbiamo finto che tutto andasse bene e, infatti, dopo un decennio la bolla è scoppiata.

Negli altri paesi europei com’è la situazione?

Diciamo che questa crisi ha tratti portanti comuni a tutti i paesi avanzati. Troverà analoghe descrizioni per quanto riguarda i paesi europei, il nord America e, per assurdo, anche in alcuni paesi in via di sviluppo dove determinate tecnologie come i telefoni cellulari, internet, l’elettronica avanzata contribuiscono a creare tratti omologanti. In Italia, come abbiamo detto, ci sono specificità dettate dal modello familistico vigente in passato e dall’arretratezza delle riforme.
Sabato Angieri
ia

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