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FRANCIA/ Ps alla deriva ma Hollande e Valls non cambiano

Fra le comunali dell’anno scorso, quando la gauche perse 150 città, e il ballottaggio per i dipartimenti di ieri (tracollo da 60 a 32) a Francois Hollande restano le briciole della Francia «rosa» che lui stesso aveva costruito da segretario del partito. Il giorno dopo la grande sconfitta, l’unica strada da percorrere è la riunificazione della sinistra. E stasera si è cominciato con i Verdi. Cammino inverso per l’UMP, che in pochi mesi è passato da partito senza capo e senza futuro a un’armata vincente. Il problema, per Sarkozy, è tenere per altri 2 anni fino alle presidenziali 2017. Sconfessati e tramortiti, maggioranza di sinistra e Partito socialista in particolare si chiudono a riccio: «colpa della gauche troppo divisa» è stata la diagnosi del primo ministro Manuel Valls, che ha annunciato nuovi provvedimenti per l’occupazione e gli investimenti. Negazione della realtà, è il capo d’accusa del giorno dopo. Tanto più evidente in quanto la sconfitta – «non è stata una disfatta» ripetono i leader PS – contribuisce a smantellare quella costruzione che proprio Hollande aveva edificato e grazie alla quale aveva dato la scalata al partito e all’Eliseo. Senza arrivare fino alla «fronda» – che chiede un deciso cambio di politica – anche all’interno del partito il malumore sta diventando rabbia. «Non è una sconfessione della politica di governo», dicono i leader della maggioranza. Vallo a spiegare a Martine Aubry, sindaco di Lille, che ha visto la destra strappare alla sinistra il «suo» dipartimento Nord. O al ministro degli Esteri Laurent Fabius, alfiere della Seine-Maritime, passata al centrodestra. Per non parlare dell’Essonne di Valls e della storica regione di Marsiglia, le Bouches-du-Rhone. Ma il simbolo di questa sconfitta che lascia poche speranze di ripresa è la caduta del bastione numero 1, la Correze, terra di Hollande che ha tradito il suo presidente. L’interpretazione della batosta, questa mattina fra i consiglieri più stretti di Hollande e del governo, è quella di un popolo francese «impaziente» di arrivare ai risultati, non scontento della rotta seguita. E mentre il rampante e giovane ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, annuncia proprio oggi altre riforme per attirare investimenti e informatizzare il Paese, la «fronda» si fa sentire con tutt’altra musica: «riunificazione di tutta la sinistra, sostegno ai settori pubblico e privato, riforma bancaria, stop ai tagli per gli enti pubblici e all’Europa della Merkel». In serata, Emmanuelle Cosse, leader dei Verdi, è andata in casa PS. Il dialogo non è «ripreso», come si è affrettato ad annunciare il segretario socialista Jean-Christophe Cambadelis, ma la strada è quella auspicata da Valls, basta con le divisioni. Per ora, 4 gruppi di lavoro per valutare la situazione e capire da dove si può ripartire. Riflettori sulle regionali di dicembre, quando una gauche più compatta sarà indispensabile per fare blocco contro il Front National facilitato dalla componente proporzionale di quelle elezioni. In casa dei vincitori si parla molto di Eliseo anche se formalmente Sarkozy non si è ancora dichiarato. L’unico in corsa è il suo rivale Alain Juppé, non particolarmente raggiante durante i commenti di ieri sera: ha messo l’accento sulla «vittoria collettiva» e sul «merito della svolta moderata al centro», due elementi in chiara antitesi con il grande ritorno di SuperSarkò. Quest’ultimo, in realtà e in barba alle raccomandazioni della moglie Carla, pensa soltanto alla rivincita su Hollande. La strada è ancora in salita, gli ostacoli tanti, dentro il partito – Juppé ha molto seguito e l’idea di allearsi con il centro è stata sua – e fuori (i giudici e le inchieste sulle intercettazioni, sui soldi di Gheddafi alla sua campagna elettorale, sulle fatture di Bygmalion e sui sondaggi dell’Eliseo). Ma Sarkò è convinto di avere un asso nella manica: il suo ascendente sulla parte «lepenizzabile» dell’UMP e il potere di attrazione su potenziali delusi da Marine Le Pen. Che da un consigliere FN (peraltro non confermato dagli elettori) se ne ritrova ora una sessantina. Ma che deve sperare nelle regionali prima di Natale (con la loro quota proporzionale, unico spiraglio per un partito di fatto ovunque escluso da sistemi uninominali) per portare a casa qualche risultato.

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