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L’Italia torna a crescere, il Fmi alza le stime

L’economia italiana torna a crescere. E lo fa più delle attese. Il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) rivede al rialzo le stime del Pil 2015 e 2016 a +0,5% e +1,1%. Un ritorno alla crescita, dopo le contrazioni del 2013 e del 2014, che aiuta la disoccupazione, in lieve calo nel 2016 al 12,3% dal 12,6% di quest’anno. E che ha un impatto è positivo anche sul debito che, pur rimanendo saldamente sopra il 130%, sale meno del previsto. «Uno dei problemi dell’Italia è il sistema bancario e la sua capacita’ di erogare credito, che è probabilmente peggiore» rispetto ad altri paesi dell’area euro, afferma il capo economista Olivier Blanchard riferendosi ai problemi di trasmissione della politica monetaria nell’area euro. Convinto che l’Italia possa fare meglio in termini di crescita e’ Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del Fmi per l’Italia, definendo un«’ottima notizia» il ‘tesoretto’ che, pero’, e’ una cifra bassa. La fotografia dell’Italia scattata dal Fmi prevede una crescita più lenta di quella stimata dal governo. E anche sul fronte del debito le stime di Washington sono più negative, anche se in miglioramento rispetto a ottobre: il debito – secondo il Fmi – si attesterà al 133,8% quest’anno per poi calare al 132,9% nel 2016 (136,4% nel 2015 e 134,1 nel 2016 le stime precedenti), a fronte del 132,5% e del 130,9% atteso dall’esecutivo. In base ai dati della Banca d’Italia il debito ha segnato in febbraio un nuovo record storico, salendo a 2.169,2 miliardi. Per il deficit il Fondo prevede sara’ al 2,6% nel 2015 e 1,7% il prossimo anno. Resta per il Belpaese il nodo dei prezzi: la deflazione – certifica l’Istat – e’ rimasta ferma a marzo a -0,1%. L’inflazione e’ in calo – mette in evidenza il Fmi – a livello globale, riflettendo in parte la flessione dei prezzi del petrolio. E nell’area euro resta sotto le attese della Bce. L’Eurotower con il ‘quantitative easing’, che e’ un «successo», ha fermato pero’ il calo delle aspettative di inflazione. E oggi i rischi di deflazione dell’area euro sono scesi sotto il 30%. Scagionati anche i rischi di una nuova recessione per Eurolandia, sulla quale continua pero’ a pesare lo spettro della stagnazione. La crescita dell’area euro e’ stata rivista al rialzo, grazie anche alla complicità del deprezzamento dell’euro nei confronti del dollaro che spinge le esportazioni: il pil salirà quest’anno dell’1,5% e il prossimo dell’1,6%, rispettivamente 0,3 e 0,2 punti percentuali in più rispetto a quanto previsto. Rallentano invece gli Stati Uniti, la cui crescita e’ stata ridotta al 3,1% sia per quest’anno sia per il prossimo. La Fed – secondo il Fmi – resterà ferma però nella sua posizione e un aumento dei tassi di interesse si avrà dalla seconda parte dell’anno, anche perchè sono in atto forze – il calo dei prezzi del petrolio e la ripresa del settore immobiliare – in grado di bilanciare la ‘volata’ del dollaro rispetto alle principali valute. Un ulteriore forte apprezzamento del dollaro – afferma il Fmi – è uno dei rischi che pesano sull’economia mondiale, insieme al possibile riaccendersi delle tensioni finanziarie nell’area euro a causa della Grecia. «L’area euro – afferma Blanchard – è meglio posizionata per un’eventuale uscita della Grecia dall’area euro». La corsa del dollaro, pur favorendo una riallocazione delle risorse che è positiva, rischia di creare difficoltà ai Paesi emergenti. Proprio gli emergenti sono in rallentamento, mentre le prospettive delle economie avanzate sono migliorate: due elementi che rendono «incerta» la crescita economica mondiale, attesa al 3,5% quest’anno. È in questo contesto che il Fmi invita a non mollare la presa, andando avanti con gli investimenti e le riforme strutturali, che «non sono una cura miracolosa» ma aiutano la crescita. Azioni da compiere con un occhio alla sostenibilità dei conti pubblici e del debito, che si mantiene in molti paesi a livelli elevati che dovrebbero essere ridotti a una velocità prudente. Riforme – mette in evidenza il Fmi – sono importanti anche sul mercato del lavoro, per ridurre le tasse che disincentivano l’occupazione e per far calare il cuneo fiscale, tornato a salire secondo l’Ocse in Italia nel 2014, ma non, precisa il Tesoro, per i destinatari degli 80 euro. Proprio i dati Ocse, si spiega, mostrano un calo del cuneo fiscale per i dipendenti a basso reddito con figli a carico del 2,3% rispetto al 2013 (attestandosi al26,7%), che arriva al 2,5% per il lavoratore senza figli (attualmente al 42,4%).

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