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Stato-mafia, show di un pentito: Andreotti dietro la morte di Falcone

«I nomi che farò oggi sono di persone capaci di tutto: possono entrare nelle carceri e uccidere, simulando suicidi e morti naturali. Sono loro che dirigono la politica e cercheranno di togliermi di mezzo come volevano fare con lei, dottor Di Matteo»: l’esordio fa presagire un terremoto, ma Carmelo D’Amico, pentito messinese citato a deporre al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, non mantiene le «promesse». Rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo, i nomi dei potenti, il collaboratore di giustizia li farà, ma mancano i riscontri, i riferimenti temporali sono vaghi e imprecise le circostanze raccontate. Finora l’ex capo della mafia messinese ha fatto rivelazioni parziali: è lui il primo ad ammetterlo. «Per paura», dice. «La mia famiglia è fuori dal programma di protezione – spiega – Vive ancora a Barcellona Pozzo di Gotto, ma se ci tutelate dico tutto». Il presidente della corte d’assise, che celebra il processo sul presunto patto stretto tra pezzi delle istituzioni e boss negli anni delle stragi mafiose, ammonisce il teste e lo invita a parlare di tutto ciò che sa. D’Amico, passato tra le fila dei collaboratori da meno di un anno, non se lo fa dire due volte. E con concitazione inizia il suo lungo racconto. Dentro c’è tutto: i Servizi segreti, le stragi di mafia, i politici implicati – uno per tutti Giulio Andreotti -, il ruolo di Cosa nostra come mero esecutore del disegno di 007 che volevano governare il Paese, Forza Italia e Berlusconi pedine dei boss, la trattativa, il piano di morte ordito per eliminare un magistrato scomodo come Di Matteo. Oltre vent’anni di storia d’Italia e trame oscure che D’Amico, fatto capomafia a Messina dal boss palermitano Salvatore Lo Piccolo, avrebbe appreso in carcere. Quando al 41 bis condivideva l’ora d’aria con padrini come Nino Rotolo, pezzo da novanta dei clan palermitani, e Vincenzo Galatolo. Sarebbe stato Rotolo a raccontargli tutto, dunque. Come? «A gesti», risponde il pentito. Gli avvocati sorridono immaginando il racconto, mimato, della storia d’Italia: con il boss Totò Riina indicato come quando si allude a una persona bassa e Bernardo Provenzano rappresentato con l’indice rivolto al cielo a significare che si parla del capo. Rotolo avrebbe parlato di tutto: dall’assassinio di Giovanni Falcone, ucciso dalla mafia ma su input di Giulio Andreotti e dei Servizi preoccupati delle verità sui rapporti mafia-politica-007 scoperti dal magistrato. Alla trattativa, voluta sempre dai Servizi che avrebbero spinto i ministri dell’epoca Claudio Martelli e Nicola Mancino a rivolgersi a Riina e Provenzano, tramite l’ex sindaco Vito Ciancimino. Riina, inizialmente, non ne avrebbe voluto sapere, ma poi avrebbe ceduto e scritto, con Provenzano, alcuni punti delle richieste da fare allo Stato. Nel racconto del pentito non mancano le accuse ai carabinieri del Ros, tra gli imputati del processo, colpevoli di avere coperto la latitanza di Provenzano e il piano pensato per uccidere Di Matteo che, come Falcone, si sarebbe spinto troppo in là nelle indagini sui Servizi. «Sono spaventati», dice D’Amico. A fine udienza il cenno a Berlusconi. «Una pedina nelle mani di Riina, Provenzano e dei Servizi segreti» spiega, rivelando poi che «anche Angelino Alfano, attuale ministro dell’Interno, e Renato Schifani, ex presidente del Senato, furono eletti coi voti dei mafiosi». Solo che – conclude il pentito :«Alfano poi ai boss gli ha voltato le spalle facendo leggi dure come quella sul 41 bis». E fu proprio Alfano, allora ministro delle Giustizia, a firmare nel 2009 il decreto per il ‘carcere duro’ per D’Amico.

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