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Torna lo spettro del piano B, pressing dell’Europa su Atene

L’Europa stanca dell’indisciplinatezza greca rompe anche l’ultimo tabù e comincia a parlare di ‘piano B’, ovvero cosa fare in caso di un default ellenico. È un tema che spaventa, finora confinato ai margini per evitare di dargli sostanza e quindi allontanare il rischio che si avveri. Ma con la situazione sempre più critica i ministri non si tengono più e il presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem conferma: «È stata evocata l’idea di un piano B, ma mai della ‘Grexit». Parole che arrivano dopo quelle durissime del primo giorno contro il ministro delle finanze greco Varoufakis: definito «perditempo e dilettante» per aver dispensato l’ennesima lezione invece di dati e proposte concrete. L’uscita di Atene dall’euro «è un’ipotesi molto lontana», rassicura il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, mentre il collega tedesco Wolfgang Schaeuble sottolinea che ora «la responsabilità è nelle mani di Atene», solo TSipras può evitare il fallimento. Il primo ad ammettere di aver chiesto ai colleghi un piano alternativo qualora la Grecia dovesse fallire, è stato il ministro sloveno delle finanze, Dusan Mramor: «Un piano B può essere qualsiasi cosa, quello che ho detto (agli altri ministri all’Eurogruppo, ndr) è che cosa faremo se un nuovo piano non sarà varato in tempo e la Grecia non sarà in grado di rifinanziarsi o migliorare la liquidità», ha spiegato ai giornalisti. Dijsselbloem ha confermato: «Alcuni Paesi, a causa delle loro preoccupazioni sulla mancanza di progressi e l’attitudine da parte greca, hanno detto che se continua così, saremo veramente nei guai, e in quel contesto è stato menzionato un piano B». Ma nell’Eurogruppo non tutti ritengono utile parlare di alternative per mettere pressione alla Grecia: «Non c’è un piano B, stiamo lavorando per raggiungere un accordo ed è l’unico piano che abbiamo», ha detto il commissario agli affari economici Pierre Moscovici. Tanto che alcuni, irritati dalla chiusura del francese, hanno continuato a discuterne a margine della riunione, senza di lui. Il problema è che il tempo sta finendo, come ricorda anche oggi il presidente della Bundesbank Jens Weidmann, e la Grecia non ha ancora presentato né una lista di riforme né un quadro chiaro di bilancio, come ricorda Padoan. Perciò diversi ministri si preoccupano di cosa accadrà nel caso in cui l’Eurogruppo dell’11 maggio dovesse finire con un altro nulla di fatto. Senza aiuti e con 0,7 miliardi da rimborsare al Fmi il giorno dopo, la Grecia sarebbe automaticamente in default. In quel caso, spiegano fonti, toccherebbe alla politica intervenire perché teoricamente la Bce potrebbe ancora continuare a finanziare le banche greche per qualche tempo, a meno che non collassasse il sistema bancario. E d’altra parte la Spagna, non a caso fra i più forti critici del governo Tsipras, va in controtendenza. Il ministro De Guindos annuncia di voler rimborsare in anticipo una nuova tranche dei 41 miliardi di euro dei fondi Ue ricevuti nel 2012 per salvare le banche. Il basso spread, le banche in risanamento, il Pil in crescita (ma una disoccupazione ancora elevatissima) disegnano un paese completamente cambiato e oramai con pieno accesso ai mercati dove si finanzia a tassi sotto zero sui titoli fino ai 6 mesi.

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