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PENSIONI/ Governo a caccia di 5-6 miliardi, tesoretto a rischio

Governo a caccia di 5-6 miliardi di euro, dopo la sentenza della Corte costituzionale che ha bocciato il blocco della rivalutazione delle pensioni superiori a tre volte il minimo (circa 1.500 euro lordi al mese) introdotto dalla riforma Fornero per il 2012 e il 2013. Sono in molti a indicare nel tesoretto da 1,6 miliardi di euro, trovato dal governo nelle pieghe del Def, una prima possibile, seppur parziale soluzione. «I soldi vanno restituiti e possiamo dire addio al tesoretto», dice il presidente della Commissione Lavoro della Camera, Cesare Damiano, chiedendo al Governo di aprire un tavolo sul tema della previdenza per «non doverlo affrontare un pezzo alla volta». Il ‘buco’ però rischia di essere anche più grande: secondo lo Spi-Cgil, i risparmi per le casse dello Stato derivanti da questa norma sono stati di circa 8 miliardi di euro in due anni. E salgono a 9,7 miliardi di euro, in quattro anni, con lo stop alla rivalutazione (totale per le pensioni oltre sei volte il minimo) deciso dal governo Letta. Ma allo stato il governo non ha ancora fatto i conti. Né sono già state individuate le soluzioni tecniche da mettere in campo per dare seguito alla sentenza della Consulta. Sentenza che «non si può che applicare», afferma il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali, Giuliano Poletti, senza però sbilanciarsi sulle ripercussioni per i conti pubblici: «Dovremo approfondire collegialmente, è troppo presto». Ad essere interessati sono circa 6 milioni di pensionati. Di certo i sindacati rilanciano il pressing per cambiare la legge Fornero. «La riforma previdenziale peggiore d’Europa», che va «rottamata», dice senza mezzi termini il segretario generale della Cisl, Annamaria Furlan. «Era una norma ingiusta e la Corte costituzionale lo ha confermato: è la dimostrazione che bisogna mettere mano alla legge Fornero che è piena di ingiustizie ed è una delle ragioni della crescita della disoccupazione», stigmatizza il numero uno della Cgil, Susanna Camusso. Mentre il leader della Uil, Carmelo Barbagallo, con una battuta ironizza anche sul tesoretto che «è solo virtuale, per questo volevano darlo ai poveri». La sentenza «è molto chiara: non si può fare cassa con i pensionati», afferma il segretario generale dello Spi-Cgil, Carla Cantone, sostenendo che, quindi, bisognerà tornare al meccanismo di rivalutazione «ante Fornero». E che ora «il governo e l’Inps devono applicare» questa sentenza «così come avvenne con il contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro che fu restituito a stretto giro». Nel 2013, a inizio giugno, la Corte Costituzionale ha bocciato un’altra norma del Salva-Italia del governo Monti che introduceva un prelievo sulle pensioni sopra i 90.000 euro lordi annui. A meno di due mesi da quella decisione, l’Inps (a fine luglio) ha emanato una circolare con cui dava il via alla restituzione dell’importo trattenuto a partire da quell’anno. Si trattava, allora, di un rimborso di circa 40 milioni di euro annui. Quest’ultima sentenza, per l’esperto di lavoro e di welfare Giuliano Cazzola, è «discutibile». In ogni caso, «adesso il Governo deve provvedere». E tra le soluzioni «potrebbe rimodulare il provvedimento sulla base di un multiplo più elevato» rispetto a quello di tre volte il minimo, «in questo modo si ridurrebbero le somme da restituire», e «si potrebbero adottare forme di rateizzazione».

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