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La minoranza Pd sposta la partita sul Senato. Il rebus dei numeri

Il giorno dopo l’approvazione dell’Italicum la minoranza del Pd allarga il fronte del contrasto al governo, con uno scenario problematico per i prossimi passaggi parlamentari dei provvedimenti dell’Esecutivo. Soprattutto al Senato, che rappresenta il vero tallone d’achille della maggioranza, con numeri sempre in bilico. Un braccio di ferro che i frondisti hanno esteso anche alle misure sulla scuola. Alle manifestazioni contro il ddl hanno infatti partecipato esponenti come Stefano Fassina o Pippo Civati, mentre il bersaniano Miguel Gotor ha rilanciato la richiesta di profonde modifiche alla riforma costituzionale del Senato. Quanto alle opposizioni, se la Lega insiste sul referendum sull’Italicum, Fi si divide, con Renato Brunetta pronto a imbarcarsi in questa battaglia mentre Altero Matteoli frena e punta al rilancio politico del centrodestra. «La legge elettorale – ha detto oggi Renzi – non è importante solo in quanto tale, ma perché permette di sapere chi vince le elezioni e da’ a chi vince la responsabilità di governare». Parole che non hanno convinto le opposizioni: un po’ tutta Forza Italia, da Debora Bergamini a Mara Carfagna, hanno stigmatizzato la fiducia posta da Renzi sull’Italicum. Renato Brunetta vede nel referendum la «chiave di volta anche per il futuro prossimo di Fi». Esso anzi diverrebbe il «manifesto per un movimento-partito referendario». Ma Altero Matteoli, sostiene che il referendum «farebbe il gioco di Renzi». Piuttosto «bisogna ricostruire il centrodestra aderendo allo spirito della nuova legge elettorale che spinge il sistema verso il bipartitismo». Posizione condivisa da Maurizio Gasparri. Anche nella Lega non c’è chiarezza negli obiettivi. Calderoli ha ribadito l’idea di un referendum che abroghi il premio di maggioranza e il doppio turno, ma Matteo Salvini ha invece detto che con l’Italicum la Lega vincerebbe. Parole che lasciano intendere una strategia diversa da quella referendaria. Ma quello che più deve preoccupare Renzi sono comunque le fibrillazioni in casa Pd, visto che la minoranza, specie in Senato, è in grado di far ballare il governo. A Palazzo Madama dopo le elezioni regionali inizierà l’iter della riforma costituzionale, che Gotor ha chiesto di modificare profondamente. Ma prima di allora ci sarà la seconda lettura della riforma della scuola (fino al 19 maggio alla Camera) che rischia di affondare sotto i colpi dei 24 bersaniani del Senato. A questo punto sempre determinanti nell’aula della Camera Alta, con una coalizione che sulla carta può contare, compresi i senatori a vita, su 170 voti, mentre la maggioranza assoluta si tocca a quota 161. E se i frondisti dem confermassero il loro no anche ai provvedimenti che transitano per Palazzo Madama, il governo non avrebbe piu’ la maggioranza politica, al netto di ritorni del «Nazareno». Oggi il presidente del gruppo Misto alla Camera, Pino Pisicchio, ha lanciato un «lodo» che circola da giorni anche in Area Riformista (Giuseppe Lauricella lo ha proposto per primo): accordarsi su una modifica dell’Italicum, da varare nei prossimi mesi, che introduca la possibilità di apparentamento al secondo turno. Il che aprirebbe a un accordo della minoranza Pd sulla riforma costituzionale. In casa Pd Renzi e il vicesegretario Lorenzo Guerini, fanno «il poliziotto buono e il poliziotto cattivo». Il primo ha tuonato contro le minoranze («Possono fare quello che credono, ma non molliamo di un millimetro. In questi giorni abbiamo rischiato di andare a casa perche’ adesso e’ arrivato il momento di vedere se si fa una cosa sul serio o no»), mentre il secondo lavora alla ricucitura su due punti: un ddl sui partiti che imponga la democraticità interna, compresa la presenza delle minoranze negli organismi dirigenti; sul piano interno attraverso il completamento entro l’estate del lavoro della Commissione incaricata di rivedere lo statuto del partito.

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