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Maxisequestro della Dia: 780 milioni di euro. Tesoro di mafia custodito da ex deputato regionale

All’assemblea regionale siciliana lo ricordano ancora per il disegno di legge sulla “valorizzazione” degli oratori. Un altro suo progetto puntava a “regolamentare” i campeggi didattici. Il ragioniere Giuseppe Acanto, deputato del Biancofiore voluto dal governatore Cuffaro, non si vedeva spesso fra gli scranni del parlamento siciliano. Evidentemente, aveva ben altro da fare. E adesso si comprende cosa. Gli investigatori del centro operativo Dia di Palermo hanno scoperto che Acanto gestiva un vero e proprio tesoro di mafia dal suo studio di commercialista: beni e società per un valore di 780 milioni di euro. Un patrimonio che secondo la Dia appartiene alla famiglia mafiosa di Villabate, il centro alle porte di Palermo dove si è nascosto fra il 2002 e il 2004 uno dei capi di Cosa nostra, il superlatitante Bernardo Provenzano.

Già negli anni scorsi, Giuseppe Acanto era stato chiamato in causa da diverse inchieste giudiziarie: il ragioniere di Villabate era stato uno degli esattori del “mago dei soldi” Giovanni Sucato, il pentito Francesco Campanella l’aveva poi accusato di essere stato votato dai boss. Di certo, nel 2004, Acanto era arrivato all’assemblea regionale siciliana in sostituzione del maresciallo deputato Antonino Borzacchelli finito in manette. E, alla fine, l’inchiesta che vedeva indagato Acanto per concorso esterno in associazione mafiosa si era chiusa con un’archiviazione. Adesso, il suo patrimonio è stato sequestrato su proposta del direttore della Dia dal tribunale Misure di prevenzione di Palermo presieduto da Silvana Saguto.

Secondo l’accusa, Acanto non avrebbe mai interrotto i legami con Cosa nostra. Questo dice l’ultima indagine della Direzione investigativa antimafia diretta dal generale Nunzio Ferla. Mentre i boss stanno in carcere, il professionista avrebbe fatto fruttare il loro patrimonio attraverso una girandola di società impegnate in vari settori commerciali.

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