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Cameron trionfa e governa da solo

L’inghilterra soprende tutti a cominciare forse da se stessa. I Conservatori vincono a mani basse le elezioni in Gran Bretagna e il primo ministro David Cameron, a dispetto dei sondaggi completamente sballati, a dispetto dei “gufi” – ce ne sono ovunque – e di fiumi di parole che annunciavano la paralisi politica del Paese, si prepara a tornare trionfalmente al governo per un secondo mandato.
I dati quasi definitivi confermano gli exit-poll che ieri sera hanno lasciato a bocca aperta il Regno Unito. Il partito conservatore di David Cameron, secondo i dati Bbc, ha già ottenuto 326 seggi alla Camera dei Comuni, cioè la maggioranza assoluta dell’assemblea. Lo scrutinio è ancora in corso e Cameron può ulteriormente incrementare il bottino ma già adesso ha i numeri per formare il governo da solo. L’ultima proiezione gli attribuisce 331 seggi. Una vittoria senza discussioni che richiama alla mente i trionfi ripetuti e indiscutibili di Margareth Thatcher. I Laburisti crollano a quota 239 e il leader Ed Miliband, dopo un bruttissimo risveglio, ha scelto il passo indietro. Il partito in Scozia è stato spolpato dai nazionalisti e nel resto del Paese non ha guadagnato quanto sperava e quanto indicavano tutti i sondaggi.

Miliband ha annunciato le sue dimissioni da leader del Labour in conferenza stampa: «La Gran Bretagna ha bisogno di un partito laburista forte ed è tempo che qualcun altro assuma la sua leadership», ha detto, aggiungendo che prenderà temporaneamente le redini del partito la sua vice, Harriet Harman, sino a quando non ci sarà la nuova sfida per la leadership. Si è detto molto dispiaciuto per la sconfitta e ha aggiunto di aver fatto tutto il possibile. «Il Labour è stato una grande forza per il progresso a cui ho aderito all’età di 15 anni. Il partito si riprenderà dopo questa sconfitta».

La debacle aveva già spinto alle dimissioni Nick Clegg da leader dei libdem. Per Clegg è stato «semplicemente straziante» vedere molti colleghi e amici perdere i loro seggi alla Camera dei Comuni. Ha affermato che la responsabilità per la sconfitta ricade su di lui e che i libdem pagano il prezzo di essere stati al governo. «La paura e l’ingiustizia hanno vinto. Il liberalismo ha perso. Ma ora più che mai dobbiamo continuare a lottare», ha aggiunto, sottolineando che è «un’ora buia» per il partito ma che i valori liberali devono essere difesi.

Lo Scottish National Party avrà 58 seggi – il successo è enorme ma gli servirà a poco – l’Ukip un paio (il leader Farage però è stato battuto da un conservatore nel suo collegio), i Liberaldemocratici si ritrovano anniciliti: perdono almeno quarantacinque deputati, a Westminster saranno sì e no una decina. L’attuale coalizione di governo, nonostante l’umiliazione subìta dai LibDem (l’ex leader del partito Paddy Ashdon ha detto stanotte in tv che si «mangierà il cappello in pubblico»), in teoria potrebbe perfino ricomporsi. Ma l’ampiezza del successo spingerà il Partito Conservatore a fare da sé: bastano tra i 323 e 326 seggi per avere il controllo della Camera dei Comuni e per mettersi al timone dell’Inghilterra da Downing Street. Dividere la poltrona con altri, a questo punto, non avrebbe senso.

I Laburisti di Ed Miliband sono i grandi sconfitti del voto. Dopo anni di opposizione, non vanno oltre il 30% e perdono ventisei parlamentari rispetto a cinque anni fa: il sogno di tornare al governo è definitivamente svanito all’alba. Per realizzarlo non basterebbe neppure una spericolata alleanza con lo Scottish National Party. Se ne è parlato a lungo durante la campagna elettorale. Non si farà. Tuttavia gli indipendentisti scozzesi, dopo il referendum perso nello scorso settembre, ottengono una rivincita storica: conquistano praticamente tutti i collegi in palio tra Glasgow e Isole Orcadi nell’estremo nord – 55 o 56 deputati – e chiunque sarà alla guida del Regno Unito non potrà ignorare un partito, localmente fortissimo, che il Regno Unito vuole farlo dichiaratamente a pezzi. Ma lo Snp non soride quanto avrebbe voluto: la Sturgeon sperava nel successo dei Laburisti per condizionare il nuovo esecutivo. Il gioco, a quanto pare, è andato diversamente: parte della batosta del Labour è dovuta proprio al fatto che è stato cannibalizzato in tutta la Scozia dai nazionalisti.

Il primo ministro David Cameron non si è ancora proclamato apertamente vincitore. Lo farà solo quando ci saranno i risultati definitivi. «Il mio scopo – ha detto prudentemente – rimane semplice: governare per tutti e per il nostro Regno Unito». Invece il leader dei Laburisti, il giovane Ed Miliband, da molti accusato di inadeguatezza, ha di fatto ammesso la sconfitta parlando nella notte a Doncaster: «Siamo profondamente dispiaciuti», ha dichiarato. Le percentuali di voto a livello nazionale, che nel sistema maggioritario contano relativamente – si vince e si perde nei singoli collegi – sono ormai delineate: Conservatori 36,8%, Laburisti 30,5%, Ukip 12,6%, Liberaldemocratici 7,7%, Scottish National Party 4,8%, a seguire tutti gli altri.

I risultati decretano un’altra umiliazione, forse la più grande: quella dei sondaggi. Praticamente tutti gli istituti pronosticavano un pareggio, la paralisi parlamentare, un voto anticamera del baratro, il cosiddetto “scenario greco”. Le stesse agenzie di scommesse, che davano (e pagavano) come ipotesi più probabile un parlamento senza maggioranza, sembrano aver subito una debacle. Anche se per capire come stanno le cose bisognerebbe conoscere l’entità delle puntate. Resta un fatto: mentre tutti preparavano il funerale del sistema anglosassone, i britannici sembrano aver trovato nella nebbia la strada per la stabilità: la maggioranza ci sarà e il premier David Cameron, senza bisogno di fare accordi con nessuno, resterà saldamente a Downing Street incassando il dividendo politico di cinque anni in cui l’economia del Paese è comunque cresciuti a ritmi sconosciuti nel resto d’Europa.

Niente da fare per Nigel Farage: il leader anti-Ue e anti-immigrazione dell’Ukip resta fuori dalla Camera dei Comuni. Nel suo collegio è stato battuto di 2.000 voti circa dal conservatore Craig MacKinlay. L’Ukip – pur ottenendo il 12,6% e crescendo rispetto alle ultime elezioni politiche britanniche – avrà un paio di seggi. Chissà comunque che i due neo-deputati indipendentisti non finiscano in qualche modo per avere un ruolo da satelliti nel nuovo governo. Cameron ha promesso all’Inghilterra un referendum entro il 2017 per decidere sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. L’Ukip del referendum fa l’elemento fondante. C’è una chiara convergenza di interessi e le convergenze possono produrre tutto.

L’Inghilterra, comunque vada, ricorderà a lungo la sera dell 7 Maggio 2015. Nel nuovo Parlamento, mai così diviso e frammentato, entreranno almeno otto partiti: oltre a Conservatori, Laburisti, Liberaldemocratici e Ukip, ci saranno Gallesi, Nord-irlandesi, Unionisti e Verdi. Chi esce da trionfatore è il primo ministro Cameron. Negli ultimi giorni si era appellato ai cittadini: non buttate le schede, votate Conservatore, perché un’alleanza tra i Laburisti e lo Scottish National Party – il pericolo era reale – sarebbe devastante per la Gran Bretagna. E’ stato ascoltato evidentemente, perché gli inglesi, quando fiutano un pericolo, pensano solo all’Inghilterra.

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