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E adesso Cameron pone condizioni per restate nella Ue


Governo uniforme, «nazione divisa». La Gran Bretagna si risveglia in questo week end post-elettorale con un governo stabile e coeso, a dispetto delle previsioni e di tutte le Cassandre. Ma anche con il timore di un fossato più profondo fra Scozia e Inghilterra e con le incognite di una partita, quella del rapporto con l’Ue, destinata a passare dagli slogan dei comizi alla complessa realtà dei fatti. David Cameron si è rimesso freneticamente al lavoro facendo sapere di voler completare domenica la definizione di tutte o quasi le caselle mancanti del suo secondo governo. Sarà il primo monocolore Tory da 20 anni, grazie al voto che ha attribuito a sorpresa la maggioranza assoluta alla Camera dei Comuni al Partito Conservatore con 331 seggi: cinque in più della soglia e quasi 100 in più dei rivali Laburisti. A differenza del precedente mandato, il premier non ha bisogno dunque della stampella dei Libdem, peraltro ridotti ai minimi termini, e ha cominciato a confermare sulle poltrone che contano i suoi fedelissimi: primo fra tutti George Osborne, beniamino della City, che resta al timone dell’economia come Cancelliere dello Scacchiere e diventa anche Primo Segretario di Stato, titolo d’onore in grado di farlo apparire come un vicepremier di fatto. Poi, a stretto giro, ha rinnovato la fiducia ai ministri dell’Interno (Theresa May), degli Esteri (Philip Hammond) e della Difesa (Michael Fallon). Nomi nuovi sono attesi per altri dicasteri, ma non ci dovrebbe essere quello di Boris Johnson: carismatico ed effervescente sindaco di Londra la cui personalità Cameron ha sempre patito, ma che in forza del responso elettorale dovrà almeno rimandare – scrive il Times – sia l’ambizione a una poltrona di governo sia, ovviamente, il sogno d’un ribaltone interno alla leadership dei Conservatori. Se a Downing street Cameron può dormire sonni tranquilli, meno rassicuranti restano tuttavia il panorama del Paese, così come disegnato dalle urne, e le prospettive dei prossimi mesi. A far sentire che aria tira a nord ci ha pensato oggi stesso Nicola Sturgeon, la First Minister di Scozia e leader degli indipendentisti dell’Snp. Sturgeon ha radunato a Edimburgo i 56 deputati che la valanga elettorale scozzese si appresta a far calare sulla Camera dei Comuni e li ha arringati: «Faremo sentire la nostra voce, a Westminster non sarà business as usual». Il messaggio rivolto a Londra sembra a nome di un intero popolo, più che di un partito: «La Scozia non si farà più emarginare, i nostri interessi saranno protetti». Parole destinate a rinfocolare le inquietudini dei mercati londinesi, già allarmati per l’inevitabile rilancio della sfida fiscale scozzese. Ma non solo loro. Il problema va oltre l’economia. Il Financial Times prevede «tensioni politiche acute» con la Scozia sulla base di un esito elettorale che ha spaccato il Regno Unito in una doppia scelta identitaria: quella degli scozzesi, evidentemente; ma pure quella dell’Inghilterra, dove il voto ai Conservatori (e agli euroscettici dell’Ukip, che bene o male portano a casa un 12,5%) è parso anche una risposta ‘nazionalista’, o quanto meno di difesa di interessi specifici e locali. Ad evocare apertamente lo spettro della «nazione divisa» è oggi Mark Easton, commentatore della Bbc, che osserva: «Chi pensava che il risultato del referendum (che bocciò la secessione scozzese nel 2014, ndr) avrebbe garantito il futuro dell’Unione, dovrà ricredersi». Easton avverte del resto che lo slogan elettorale conservatore secondo cui si dovrebbe rispondere alla Scozia e all’Snp facendo sì che a loro volta «gli inglesi votino da soli le leggi inglesi» sarebbe nient’altro che un modo per rendere «più alto lo steccato». Senza contare la variabile del referendum sulla permanenza della Gran Bretagna in Europa, promesso da Cameron entro il 2017, e il cui esito in questo clima appare quanto mai imprevedibile. Tanto più che in caso di ‘Brexit’ i leader scozzesi – ufficialmente contrari all’uscita dall’Ue – potrebbero sfilarsi una volta per tutte: imputando stavolta con qualche ragione lo strappo al voto degli inglesi e al governo di Londra.

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