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Putin alla parata avverte gli Usa: no ad un mondo unipolare

Un «grazie» agli alleati e ai movimenti anti-fascisti per il loro contributo alla vittoria, ma anche un monito contro l’unipolarismo americano: sono i due messaggi che Putin ha voluto lanciare nel suo breve discorso alla maxi parata in Piazza Rossa per il 70/mo della vittoria contro il nazismo, il ‘Den Pobedi’ (Giorno della Vittoria), la festa più importante e più partecipata del Paese, nonché il momento fondante dell’unità e del patriottismo russo. Un discorso dai toni sobri e concilianti, quasi una mano tesa a quell’Occidente che, con l’eccezione forse non disinteressata del premier greco Alexis Tsipras, ha disertato la tribuna per il ruolo di Mosca nella crisi ucraina. O ha scelto di rendere omaggio solo alla tomba del milite ignoto ai piedi del Cremlino, «per non cancellare la storia e gli oltre 20 milioni di caduti sovietici, ma nello stesso tempo per segnalare la perdurante critica al comportamento tenuto dalla Russia lo scorso anno nella vicenda ucraina», come ha spiegato il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni (parlando di «scelta giusta e doverosa»), unico rappresentante di un Paese del G7 insieme al collega francese Laurent Fabius. Ma il leader del Cremlino, pur solleticando gli umori patriottici nel sottolineare che «è stata l’Armata Rossa a mettere un punto finale alla guerra contro la Germania hitleriana dopo un assalto devastante su Berlino», ha voluto ringraziare «per il loro contributo alla vittoria» tutti i popoli dei Paesi ‘alleati’, Usa, Gran Bretagna e Francia, e anche gli esponenti della resistenza anti fascista, compresi quelli tedeschi. Putin ha rinunciato inoltre ad evocare la «minaccia fascista» di Kiev, nonostante oggi il presidente ucraino Petro Poroshenko abbia accusato la Russia di usare «cinicamente il nostro giorno della vittoria come una scusa per le sue politiche espansionistiche e per mantenere i suoi vicini nella sua orbita ricreando un impero». E anche il monito del presidente russo, rivolto agli Usa, contro i «tentativi negli ultimi decenni di creare un mondo unipolare» aveva un tono di rammarico. Come conferma l’auspicio fatto al successivo ricevimento con gli ospiti stranieri: «Lo spirito di alleanza che si è forgiato durante la Seconda guerra mondiale deve servire di esempio oggi». La parata in stile kolossal, la più grande e spettacolare della Russia post sovietica, sorvegliata da 6000 agenti e da cecchini sui tetti del Cremlino e dei magazzini Gum, è stata una coreografica esibizione di muscoli interrotta solo dall’inedito minuto di silenzio chiesto da Putin in ricordo dei caduti. Sotto un cielo azzurro illuminato dal sole, davanti al mausoleo di Lenin pudicamente coperto per l’occasione, hanno sfilato circa 16 mila militari, anche con uniformi d’epoca, e – per la prima volta – le truppe straniere di dieci Paesi, compresa la Cina, il cui presidente Xi Jinping è stato l’ospite d’onore più importante fra la trentina di leader mondiali presenti. Dopo le onde di ‘urrà’ dei soldati, è toccato a 194 mezzi corazzati e a 143 tra elicotteri ed aerei, alcuni dei quali hanno volato in una formazione che raffigurava il numero 70, quello dell’anniversario. Una vetrina anche per mostrare gli ultimi traguardi dell’industria bellica di casa, come il carro armato T-14 Armata e i nuovi missili balistici intercontinentali Rs-24 Yars Mirv. In tribuna veterani carichi di medaglie con i loro famigliari, ambasciatori, autorità civili e religiose. E anche Aleksandr Zaldostanov, il capo del biker club filo putiniano ‘I Lupi della Notte’, i cui centauri sono riusciti a raggiungere oggi Berlino sulle orme dell’Armata Rossa, tra mille ostacoli diplomatici. Gli applausi più forti della folla, a fine parata, sono andati a Raul Castro e a Putin, che ha salutato sorridendo. Ma ad attenderlo c’era un’altra, inedita parata, questa volta di popolo: quella del «reggimento degli immortali», circa 500 mila figli e nipoti di veterani che hanno marciato sino alla Piazza Rossa con le foto dei loro antenati. In testa c’era lui, con il ritratto del padre, ferito in guerra, perché per il leader del Cremlino l’eredità della ‘Grande Guerra Patriottica’ non è solo politica e morale ma anche familiare. Come per quasi tutti i russi, che in famiglia hanno almeno un morto o un ferito legato alla lotta contro il nazismo.

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