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Tutto ci ricorda la precarietà in cui viviamo, anche le transenne che blindano la Stazione Termini

Da Sabato Angieri riceviamo e pubblichiamo

Domenica mattina nel viavai incessante dell’atrio della stazione Termini, qualcuno vuole accedere alla banchina ma un poliziotto in divisa lo ferma. “Ma come mai ci sono le transenne prima dei binari?”, chiede il signore educato e ben vestito. “Per garantire la sicurezza dei viaggiatori” risponde sicuro l’agente. “Mi sembra una soluzione un po’ precaria, non crede?”. “E mica è una scuola questa!”.Da qualche giorno infatti l’accesso ai treni è ostacolato da una lunga linea di sbarramento contornata da una fascia bianca e rossa (come quelle che segnalano un edificio pericolante). Qualche altro viaggiatore discute animatamente perché vorrebbe oltrepassare i controlli per poter fumare “come ha sempre fatto” ma è inutile. Le transenne sono invalicabili e i controlli di Trenitalia e della PolFer. rigidi, solo chi ha il biglietto di un treno in partenza è autorizzato. Incuriosito a mia volta mi avvicino a uno degli uomini in divisa e domando se ci sia un’occasione particolare per quelle misure drastiche e lui un po’ seccato mi risponde che “è meglio” per tutti, così siamo tutti “più sicuri”. Alle sue parole un dubbio mi assale repentino: ma non siamo nella stazione centrale della capitale d’Italia? Una linea di transenne sembra davvero una soluzione poco elegante per risolvere una questione come quella della “sicurezza”. Certo, negli ultimi anni, Termini è stato un porto di mare più che uno scalo ferroviario, mi è capitato più volte di assistere a scippi o fughe rocambolesche mentre aspettavo in piedi o sulle scomode panche delle banchine. Inoltre recentemente molti di questi episodi sono stati filmati dagli smartphone di privati cittadini e così anche i media si sono occupati della questione sollevando spesso dubbi sulla gestione della sicurezza.
Purtroppo però negli ultimi anni le misure di contrasto alla criminalità sono state troppo spesso ostaggio di spot elettorali dei politici o, peggio, risposte a un’emergenza ormai non trascurabile. E come ogni risposta disperata, anche le transenne di Termini si inseriscono nella logica imperante della gestione della cosa pubblica nel nostro Paese (e Roma non è da meno): la precarietà.
Come giustamente faceva notare l’agente che abbiamo citato in apertura, il sostantivo “precarietà” è ormai associato quasi sempre al mondo della scuola. Precari sono i supplenti, quei docenti che hanno più di quarant’anni e non hanno un contratto, le strutture che cadono letteralmente a pezzi. Ma questa parola che indica l’instabilità, l’insicurezza di qualcosa è oramai applicabile senza fallo ai campi più disparati dell’attività governativa. Si scelga un dominio, uno qualsiasi, e vi si troverà quest’incertezza endemica di cui parliamo. Alcuni esempi lampanti: i lavori per l’Expo di Milano, la Sanità del Lazio, i viadotti della Salerno – Reggio Calabria, la ricostruzione dell’Aquila, le politiche sull’immigrazione etc, etc.. Solo a Roma la lista occuperebbe pagine e pagine di questo giornale e sarebbe comunque incompleta.
A questo punto il lettore potrebbe accusare chi scrive di essere un pessimista, di vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto come si suol dire. Eppure, osservando con attenzione, sembra proprio che sia questa parola – precarietà – che meglio di molte altre possa descrivere la nostra condizione di cittadini italiani di questi anni. Ciononostante non assistiamo a scioperi, manifestazioni o proteste dei “precari della Repubblica”, chi invoca certezze spesso lo fa in maniera capziosa eliminando il discorso e tentando di passare alle vie di fatto; il cittadino medio sonnecchia. In uno stato di perenne dormiveglia ognuno si augura che il “riassetto” tocchi a qualche altra categoria, che non sia lui a dover difendere i propri diritti calpestati ma qualcun altro. E infatti, per il momento, i precari sono quelli della scuola, i giovani, il governo dopo la fiducia sull’Italicum o, nello specifico, le transenne di Termini. Come quando si fa la fila negli studi medici bisognerebbe domandar(si): chi è il prossimo?

Sabato Angieri

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