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Cannes, torna rombando il mito di Steve McQueen

Tra il 1970 e il 1971 Steve McQueen (nato nel marzo del 1930 e destinato a morire ad appena 50 anni, nell’ottobre del 1980) è il nuovo mostro sacro di Hollywood. Film come «I magnifici sette», «La grande fuga», «Bullit», «Papillon» lo hanno trasformato nell’icona ribelle e vincente che rimpiazza il mito di James Dean. E l’attore fa tutto il possibile per calarsi in quest’icona, un po’ megalomane e molto paranoica, in cui si mischiano i ricordi di un’infanzia brutale, la passione per l’alcool, l’amicizia con i grandi irregolari della sua epoca, Sam Peckimpah in testa. Ma l’amore più grande di McQueen è per le macchine, la velocità, il rischio. Da qui la decisione di produrre e interpretare – appunto nel ’70 – un vero kolossal intinto nella verità e nella leggenda: «Le 24 ore di Le Mans». La vera storia di questo film maledetto, per il quale l’attore rischiò la vita e la rovina finanziaria, rivive adesso nello stupefacente documentario di John McKenna et Gabriel Clarke THE MAN – LE MANS che il Festival di Cannes presenta nella sezione cinefila Cannes Classics. Di quel drammatico set molto già si sapeva: che Steve McQueen litigò con tutti, cacciò il regista che era stato il suo mentore (John Sturges) rimpiazzandolo con il più duttile Lee H. Katzin, fu abbandonato dalla moglie Neile da cui avrebbe divorziato l’anno dopo, non potè guidare la Porche 908 con cui si era iscritto alla celebre corsa di resistenza francese perché bloccato dall’assicurazione ma ottenne comunque che l’auto gareggiasse con a bordo le cineprese necessarie al film, andò incontro a un disastro economico (il film fu un flop al botteghino) senza mai riuscire a montarlo come desiderava. Si è sempre ritenuto che tutte le sequenze non montate dalla produzione fossero state bruciate dopo l’edizione commerciale. Da poco invece, sotto le assi di un vecchio magazzino, sono state ritrovate circa 500 bobine di «girato» in miracoloso stato di conservazione. Queste sequenze, insieme ad altri inediti conservati da Chad McQueen (unico figlio sopravvissuto), costituiscono l’ossatura del documentario visto oggi e mostrano un verismo e una spettacolarità visiva che fa impallidire la vecchia versione del film finito. Steve McQueen era un vero pilota professionista e più volte pensò di lasciare il cinema per dedicarsi completamente alla sua vera passione. Ma sul set di «Le 24 ore di Le Mans» andò incontro al suo «doppio» come in una tragedia classica. Costrinse troupe e collaboratori a un tour de force micidiale (uno degli stuntman ci rimise una gamba), massacrò i suoi assistenti con richieste assurde (come quella di scendere in pista sotto falso nome) e tornò in America distrutto, ossessionato tra l’altro dalla scoperta che il suo nome figurava nella lista delle possibili vittime di Charles Mansone della sua «Family» assasina. Oggi il documentario ricostruisce la leggenda di un «film malato» che nel tempo è diventato oggetto di culto e, nell’era di «Mad Max», mostra come senza effetti speciali e senza trucchi, fosse possibile 45 anni fa, portare lo spettatore al centro della corsa più appassionante e drammatica di tutte.

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