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Scuola, i Cobas sfidano garante e Renzi, blocchiamo tutto per due giorni

Mentre Renzi assicura che farà «tesoro di suggerimenti e critiche» arrivate dai prof, i Cobas alzano il tiro contro il ddl Buona scuola e proclamano il blocco degli scrutini per due giorni. Analoga risposta era arrivata già ieri dall’Unicobas, che ha piazzato la stessa forma di protesta fra l’8 e il 18 giugno, mentre gli altri sindacati del settore, per ora, temporeggiano. Il Garante sugli scioperi, Roberto Alesse, intanto ha già fatto sapere che adotterà «il massimo rigore a tutela degli utenti». In un nuovo botta e risposta su Twitter con gli insegnanti, il premier Matteo Renzi ribadisce che «ascoltare significa ascoltare, non assecondare per forza», respinge illazioni sulle sue vere preoccupazioni («Le elezioni politiche saranno nel 2018. Quelle europee nel 2019. La scuola c’è sempre») e sfata quella che definisce «leggenda metropolitana»: «Certo che chi è stato assunto non è licenziato dopo tre anni». Ma chi è sceso in piazza il 5 maggio non cambia idea – la riforma dell’istruzione così come è non va – e continua ad alzare la voce per farsi sentire. «Avremmo preferito una convocazione unitaria – spiega il portavoce dei Cobas Piero Bernocchi – ma riteniamo che vadano rotti gli indugi per dare con urgenza un forte segnale che tranquillizzi i docenti e che dimostri la legittimità della forma di lotta proposta; per questo abbiamo indetto, auspicando fortemente che anche gli altri sindacati facciano lo stesso, il blocco degli scrutini e di ogni attività scolastica per tutto il personale per due giorni consecutivi, a partire dal giorno seguente la fine delle lezioni, differenziata per Regioni». E i Cobas sono pronti a proseguire la lotta anche oltre i due giorni di blocco già indetti: ne discuteranno con i lavoratori nelle giornate di mobilitazione unitaria tra il 18 e il 20, in occasione del voto sul Ddl alla Camera. Le altre sigle sindacali congelano, per il momento, nuove iniziative di mobilitazione. «Abbiamo un confronto in corso e un appuntamento (forse la prossima settimana) con il ministro Giannini. Ci aspettiamo – dichiara il segretario generale della Cisl scuola, Francesco Scrima – un atto di responsabilità da parte del Governo rispetto alle rivendicazioni del mondo della scuola. Dopo, unitariamente, con gli altri sindacati, decideremo cosa fare». Il blocco degli scrutini, ad ogni modo, non piace alla Cisl: «Siamo contrari a una scelta del genere che si mette contro le famiglie e gli studenti» spiega il segretario confederale Maurizio Bernava. L’idea semmai è quella di scioperi brevi (non più un’intera giornata: è costata 42 mln di euro e un bis è meglio evitarlo) che potrebbero pure coinvolgere le valutazioni di fine anno, ma nel rispetto della legge. «Non c’è un calendario nazionale degli scrutini, i giorni in cui si fanno – fa notare il leader della Uil, Massimo Di Menna – variano da scuola a scuola e la legge non vieta certo di scioperare a giugno. Il problema è un altro: mentre si sta completando l’anno scolastico, ci sono le ultime interrogazioni e compiti in classe, nelle scuole si fanno assemblee, ci sono professori indignati. Insomma c’è un clima che si potrebbe evitare e la responsabilità – conclude il sindacalista – non è certo nostra». Querelle sugli scrutini a parte, il dibattito sul tema scuola resta vivace. All’interno del Pd, con Francesca Puglisi che rinfresca la memoria a Fassina (quando era responsabile economico del partito, nell’elaborazione del programma elettorale del 2013, disse no a un piano di assunzioni di 60.000 insegnanti). E con rinnovati appelli al Governo. «Ascolti le istanze della scuola» e cambi la riforma inserendo «in Aula le proposte che arrivano dal mondo della scuola» esorta l’esponente M5s, Luigi Di Maio. «Spero che Renzi ci ripensi. Le riforme di destra mettono il potere nelle mani di pochi. In questa riforma non c’è una lira per il diritto allo studio» constata Arturo Scotto, capogruppo di Sel.

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