| categoria: sanità Lazio

DIETRO I FATTI/ Alla Pisana la politica sanitaria può attendere, Zingaretti e i suoi hanno altro da pensare

Zingaretti e i suoi pensano ad altro, la politica sanitaria della regione è rimandata a tempi migliori. E si vede lontano un miglio. Il governatore appare inattaccabile, le inchieste lo sfiorano ma non lo raggiungono direttamente, non altrettanto – e non è notizia fresca – si può dire del suo cerchio magico. Tutta gente che nel girone delle inchieste per un motivo o per un altro c’è entrata. E non solo di mafia capitale, stiamo parlando di procedimenti aperti, chiusi, congelati, che riguardano i suoi più stretti collaboratori. Uomini di cui si fida, e lo dice in ogni occasione. Ma è possibile lasciare a loro la gestione della sanità? Il capo di gabinetto Maurizio Venafro si è sacrificato per il capo dimettendosi per tempo, il responsabile della cabina di regia Alessio D’Amato ha tirato dritto. Eppure tutte le trattative, le strategie, passano attraverso di lui. Oggi si agitano fantasmi di problemi irrisolti, come quello del famoso bando per il Recup, il sistema di prenotazione regionale per le prestazioni sanitarie. Non si è mai capito fino in fondo perché tutto sia rimasto in stand by per anni, e di come si vada avanti in un incredibile regime di prorogatio. Si è sempre detto e scritto dei limiti del meccanismo, di come sia necessario inserire nelle agende degli appuntamenti anche il sistema privato accreditato, di come sia urgente un restyling e una rivisitazione del servizio, gare o non gare, appalti o non appalti. Ci sono delle indagini da sempre, ci sono degli indagati da tempo immemorabile, non se ne esce. La questione nasce prima di Zingaretti, prima della Polverini, si perde nella notte delle giunte. Se non se ne è venuti a capo una ragione ci deve pur essere. La genesi naturale come servizio dato in gestione alla Comunità di Capodarco, un mix di operatori normodotati e disabili, la mano sapiente dell’intramontabile Augusto Battaglia (anche la figlia Erika, oggi membro influente del Consiglio Comunale di Roma, è passata di lì) e la continuità assicurata dal manager Marotta, una lunga storia da consegnare ai posteri. Ma quando si passa dal volontariato, dall’impegno sociale agli affari il discorso cambia. E tutto sfuma in una nebbia che la Giunta Polverini prima, quella Zingaretti poi, hanno mantenuto ben fitta. Ora gli inquirenti stanno frugando nelle carte, qualcosa salta fuori. Il vento è cambiato? E’ un modo di governare border line, quello cui ci ha abituati la Regione Lazio. Vale per la gestione degli uomini, dei manager, vale per il rapporto con le aziende ospedaliere pubbliche, con le Asl e con gli imprenditori privati. Trasparenza zero e tanti dubbi e perplessità che fanno pensare come il limite tra lecito e illecito si sia sfiorato mille volte. A fronte di una incapacità tecnica e politica di gestire una fetta di bilancio consistente della Regione (sanità vale l’80% della torta) tenendo conto delle realtà del territorio, delle esigenze dei cittadini. Almeno la metà dei manager scelti mostra clamorosamente la corda, qualcuno è scappato verso lidi più sicuri appena ne ha avuto la possibilità, altri – i più validi – hanno declinato ogni offerta di entrare in gioco. Troppi dirigenti incapaci, messi in posti chiave per ragioni clientelari e non per meriti. Qualcuno ha pagato, altri no.Ne scaturisce una politica ondivaga, irresoluta, spesso incomprensibile, che tampona (male) le emergenze senza risolvere i problemi. Basta leggere i documenti programmatici per cogliere tra le troppe roboanti e inconcludenti parole l’incapacità di una linea chiara, efficace, risolutiva. Sarà anche questo che la Regione è da sempre soggetto “attenzionato” per quanto riguarda la sanità. Nei guai sono finiti quasi esclusivamente imprenditori privati. Ora è sotto la lente di ingrandimento della magistratura un sistema che non funziona. E sono in molti a tremare

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