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Sarajevo attende il Papa. Un paese in crisi cerca il riscatto

Papa Francesco sbarca a Sarajevo in un clima di genuina festa e aspettativa, comune ai rappresentanti e ai fedeli delle tre religioni che ufficialmente si “spartiscono” la Bosnia uscita dalla sanguinosa guerra balcanica del ’92-’95. Nelle strade ancora segnate dalle voragini delle granate – ora dipinte di rosso a perpetua memoria – e costeggiate dai cimiteri a cielo aperto, tra nuovissime banche e moschee scintillanti grazie ai soldi sauditi e iraniani, spuntano in questi giorni i “santini” del Papa argentino, la scritta Mir – pace – che qui ha sempre avuto un sapore paradossale – e nelle scuole si preparano i cori di accoglienza al pontefice. Francesco trascorrerà qui meno di 24 ore ma i vertici politici – a partire dai cattolici croati – sono decisi a trarre dalla visita il massimo del vantaggio e dell’esposizione.
Il rischio di una strumentalizzazione della visita di Francesco in Bosnia è forte, avverte un gruppo di intellettuali – registi, accademici, giornalisti, traduttori – che ha deciso inviargli una lettera aperta denunciando l’ipocrisia dei potentati locali: “Gli stessi che hanno finora gioiosamente accolto i criminali di guerra in questi anni sono fra coloro che accoglieranno Lei in Bosnia Erzegovina”. Segue una denuncia circostanziata, con tanto di foto di uno dei molti esempi – il criminale di guerra croato bosniaco Dario Kordic, accolto con tutti gli onori con messe e discorsi pubblici dopo aver scontato solo un terzo della condanna a 25 anni per crimini di guerra da parte del Tribunale penale internazionale dell’Aja.

La rimozione del passato tragico, la negazione della giustizia e della verità sugli orrori della guerra – avvertono i sarajeviti più aperti e laici – sono alla base dell’immobilisimo che sta strangolando il Paese. E sono comuni ai leader delle tre religioni: “Troppi membri del clero non servono il loro popolo ma la loro nazionalità”.

Dal 1995, anno dei primi accordi di Dayton che hanno fatto tacere le armi, la Bosnia Erzegovina si è come congelata, prigioniera di precari equilibri politici costruiti nell’emergenza di fermare le granate ma che hanno creato una convivenza fatta di diffidenze, spartizioni di potere e un sistema di contrappesi tra le tre “comunità” del paese – la maggioranza musulmana e le minoranze serba e croata – di fatto condannando la ex repubblica jugoslava al totale immobilismo economico e sociale. Uno stallo che oggi, per la prima volta, sembra potersi sbloccare.

O almeno questo è il mantra che si sente ripetere un po’ ovunque negli uffici del potere a Sarajevo: musulmani (bosniacchi), serbi e croati dopo le elezioni dell’ottobre scorso e cinque mesi di negoziazioni per formare un nuovo governo (o meglio i gangli di un complesso sistema stratificato di poteri paralleli che garantiscono posti di comando a tutte e tre le comunità) ora hanno trovato una base di accordo per venire incontro alle richieste dell’Unione Europea e avviare il processo – lungo e dall’esito incerto – di adesione all’Unione. Un processo reso ormai indifferibile dall’attivisimo dei vicini regionali: ormai la Bosnia è circondata da Paesi che hanno già aderito (Slovenia, Croazia, Bulgaria), o sono già avanti nel processo di adeguamento – Serbia, Montenegro e Albania. Il rischio dell’isolamento, politico ma soprattutto economico – con la perdita di tutti i mercati di esportazione e l’impossibilità di raggiungere l’unico grande partner, la Turchia, rimasto al di fuori dell’Europa – sembrano aver imposto alla Bosnia il cambio di marcia che per 20 anni non è arrivato.

Il treno europeo. “Se la Bosnia non si unisce a questo convoglio crollerà – avverte Lars-Gunnar Wigemark, l’Alto rappresentante Ue per la Bosnia Erzegovina, appena arrivato a guidare la ormai nutritissima pattuglia europea che si è insediata a Skenderja – Il nostro approccio è pragmatico: non ci sono motivi per cui questo paese in futuro non debba unirsi all’Europa, eppure qui tutto immediatamente si politicizza. Il messaggio deve diventare: questo paese è normale”.

Sulla sua “eccezionalità” la Bosnia Erzegovina si è costruita una prigione anche psicologica, oltre che mostruosamente burocratica, in cui il mantenimento di tensioni e sentimenti nazionalisti nutre e perpetua i potentati partitici e blocca ogni sviluppo: solo gli aiuti internazionali – pure notevolmente ridotti vista la mancanza di progressi, ma la UE si è impegnata pur sempre a investire 165 milioni di euro in 4 anni – e le rimesse delle centinaia di migliaia di bosniaci espatriati durante e dopo la guerra (1,7 miliardi di euro l’anno, il 19% del Pil) l’hanno finora salvata dalla bancarotta totale. Ma l’economia è praticamente inesistente. La disoccupazione giovanile è la più alta d’Europa: il 67% dei giovani è registrato nelle liste di disoccupazione, anche se il dato è fittizio perché molto lavoro viene svolto in nero per sfuggire alle altissime tasse sul lavoro e incassare i sussidi di Stato (59% secondo i dati Ilo). Il dato nazionale va dal 27,5% certificato dall’Ilo al 44% ufficialmente registrato.

E così, dopo anni a battere sul tasto delle riforme costituzionali per “normalizzare” il mosaico impazzito uscito dagli accordi di Dayton, la Ue ha rinunciato e ha preso la via dei soldi. “Anche la prospettiva di governo è cambiata: ci concentriamo sulle riforme economiche e sociali, le priorità sono la semplificazione della legislazione sul lavoro per garantire la flessibilità del mercato occupazionale, la politica fiscale (abbassamento del peso della contribuzione sul costo del lavoro, che attualmente supera il 70%), e la rivitalizzazione del clima per il business”, spiega Goran Mirascic, giovane ed energico consigliere del premier della Federazione bosniaca, una delle tre entità che compongono lo Stato, insieme alla Repubblica Sprska e al distretto di Brcko. Mirascic è uno di quei “cervelli in fuga” – laureato negli Stati Uniti – che hanno deciso di tornare e aiutare il proprio Paese a risalire la china. I tempi di intervento sono stretti perché il Paese è sotto stretta osservazione della Trojka – Ue, Banca Mondiale, Fondo Monetario internazionale: “Se non passano queste riforme – spiega Mirascic – non ci verranno erogati altri finanziamenti e allora avremo seri problemi di instabilità. Ma è il momento migliore che abbiamo mai visto per le riforme: c’è l’appoggio dall’esterno e per la prima volta un consenso interno”.

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“Abbiamo dormito per oltre decenni, ora dobbiamo accelerare – spiega il nuovo ministro del Commercio estero Mirko Sarovic (ex presidente della Repubblica Sprska, un passato giudiziario turbolento con un lungo allontanamento dalla politica per accuse di crimine organizzato e abuso di potere) – Ora sembra ci sia il consenso su 10 principi di base, tra cui l’ottenimento dello status di candidati all’adesione Ue entro il 2017”. Uno dei punti cruciali è l’adeguamento agli standard di produzione agricola della Ue soprattutto in materia di latte e prodotti caseari e di carne, due tra i maggiori prodotti di export della Bosnia crollati da quando la Croazia è entrata nella Ue e sostituiti da importazioni a basso costo. Anche in Bosnia i produttori di latte sono scesi a bloccare le autostrade con i trattori. “Se apriamo la via del latte nella Ue poi tutte le altre seguiranno – spera Sarovic, che ha introdotto un’innovazione importante con l’agenzia unica di sorveglianza degli standard di produzione. Prima della “fuga” europea della Croazia la Bosnia esportava 80 milioni di chili di latte l’anno, un mercato praticamente azzerato. “Ma le resistenze più forti ad adeguarci agli standard Ue vengono proprio dai produttori, che continuano a sperare negli aiuti di Stato”.

Le ultime elezioni di ottobre hanno premiato le ali più moderate dei tre partiti di potere, anche se la popolazione (4 milioni di persone) continua a votare secondo le appartenenze “etniche”. E i tre rappresentanti della presidenza tripartita, seduti davanti a una delegazione di giornalisti europei, hanno ripetuto a turno che ora come non mai il consenso è totale sulla necessità di accelerare le riforme disattese per vent’anni e non perdere il treno europeo. Anche se rimane lo stigma originale della guerra come ferita europea che tocca all’Europa sanare. Come sottolinea Haris Basic, dell’Sda bosniacca: “L’Europa deve essere più flessibile con noi, e io come rappresentante della comunità che ha subito il genocidio ho i titoli per dirlo”. Dando così subito motivo al serbo Predrag Grbic seduto accanto a lui di puntualizzare che “Anche noi abbiamo subito stragi durante la guerra. Loro hanno avuto Srebrenica (di cui l’11 luglio ricorre il 20esimo anniversario), noi Kravica”: la spirale della rivendicazione sembra non potersi fermare. E l’impotenza delle istituzioni di fronte ai veti incrociati si è plasticamente manifestata nel clamoroso caso Sejidic-Finci – un ebreo e un rom che hanno denunciato il sistema costituzionale bosniaco che discrimina chi non appartiene a una delle tre “comunità” riconosciute e hanno ottenuto dalla Corte Europea dei diritti umani un pronunciamento vincolante per la Bosnia, senza la cui attuazione il processo di adesione non può completarsi.

Terrorismo e “pericolo russo”. Anche gli allarmi internazionali circa la possibilità che gli estremisti islamici possano usare la Bosnia – e i Balcani in generale – come avamposto per le attività terroristiche sembrano non scalfire l’ottimismo imperante. “Sì, abbiamo notizie circa il ritorno di foreign fighters, ma niente di diverso dal resto d’Europa – dice Wigemark – Però anche per questo è importante smorzare ogni tensione religiosa. Se la Bosnia entrasse nella Ue sarebbe il primo membro a maggioranza musulmana, una cosa molto positiva”. Viceversa, le spinte espansionistiche russe in Est Europa, con la presenza serbo-bosniaca fortemente legata a Mosca, non sembrano per ora trovare sponde a Sarajevo: “L’esempio dell’Ucraina è chiaro – dice il rappresentante serbo della presidenza Grbic – Nessuna parte dell’Europa può essere lasciata a se stessa”. E il bosniaco Basic completa l’equazione: “Minore l’influenza della Ue, maggiore l’influenza non europea”. Tutti avvertiti.

Imprenditoria: impresa impossibile. Lo Stato impiega ancora la grande maggioranza della popolazione, spesso in incarichi fittizi creati dalla burocrazia che garantiscono il potere clientelare dei partiti. “E tuttora la grande maggioranza dei giovano dice di avere come massima ambizione un impiego pubblico – spiega incredulo Edin Mehic, imprenditore e fondatore del sito di collocamento online Posao, attivo in tutti i Balcani – la Bosnia è il paese con il più basso numero di imprenditori per abitante, solo il 16% lavora nel privato. Eppure l’ambiente per il business sarebbe ideale: bassissime tasse sul reddito (10%), incentivi all’export, manodopera qualificata, risorse naturali energetiche straordinarie (acqua innanzi tutto). Ai potenziali partner dico sempre: se siamo riusciti a fare impresa nonostante le leggi di questo Stato, vuol dire che siamo imprenditori eccezionali su cui vale investire”.
Ottimismo della volontà contro il pessimismo della ragione di Lejla Ibranovic, dell’organizzazione Transparency International che monitora gli episodi di corruzione, piaga mai sanata della Bosnia Erzegovina – e non solo: “E’ questo l’ostacolo principale a uno sviluppo sostenibile, mai arrivato nonostante decenni di aiuti internazionali non – spiega – Qui la politica è fatta per mantenere e arricchire le élite, i cittadini sono del tutto distaccati, sfiduciati, e sapendo che non avranno mai giustizia partecipano al sistema corruttivo passivamente”.

Occupy Sarajevo. L’elemento che potrebbe però rompere questo meccanismo vittimista-profittatore dei partiti al potere è la crisi sociale, che rischia in qualsiasi momento di delfragrare in modo anche violento. Nel febbraio 2014 un movimento di protesta “dal basso” si è diffuso in tutto il paese: bassi salari, fabbriche che chiudono, pensioni non pagate, discriminazioni. Assemblee spontanee, chiamati “Plenum”, si sono autoconvocate in tutto il Paese domandando eguaglianza sociale, dimissioni dei vertici politici, riforme. L’emergenza sociale ha allarmato sia le istituzioni bosniache che quelle europee, che si sono affrettate a mettere a tacere la protesta, naufragata ufficialmente per mancanza di leader. “Non abbiamo bisogno di leader, è un movimento orizzontale simile a Occupy Wall Street organizzata grazie alla Rete e ai social network – spiega la giovane giornalista Nidzara Ahmetasevic che è stata uno dei volti della protesta – Sono cittadini normali che vogliono cambiamenti reali, non siamo divisi dal nazionalismo. E temo che la prossima ondata di rivolta sarà più violenta perché le cose stanno peggiorando”, avverte.

Fuori agli uffici della Federazione bosniaca incontriamo un gruppo di pensionati. Sono ex dipendenti di una fabbrica di legnami Krivaja. Centocinquanta lavoratori che hanno scoperto di non aver diritto alla pensione perché l’impresa – statale – non ha pagato i contributi per dieci anni. “Abbiamo lavorato per 40 anni, siamo sopravvissuti alla guerra. Ora non abbiamo niente – dice Hasim Kalabic, 60 anni – Europa? Ma come si fa ad andare in Europa con lo stomaco vuoto?”.
La disoccupazione morde, intere famiglie emigrano – soprattutto i croato-bosniaci cui Zagabria concede la doppia cittadinanza e che da quando la Croazia è entrata nella Ue hanno cominciato ad abbandonare in gran quantità il Paese, dimezzando la comunità rispetto a prima della guerra. L’esodo croato – e la parallela rivendicazione di aree di territorio “indipendenti”, dunque etnicamente pulite, per la comunità cattolica – sono tra i punti che presumibilmente papa Francesco si sentirà presentare dalla gerarchia cattolica al suo arrivo a Sarajevo. Il cardinale bosniaco Vinko Puljic parla apertamente di “diritti umani delle minoranze violate” e di discriminazioni su base religiosa ad opera sia dei bosniacchi musulmani che dei serbi ortodossi.

Criminali di guerra ancora a piede libero. La ferita dei crimini di guerra è ancora infatti apertissima. Il sistema giudiziario bosniaco è stato riformato e semplificato con un programma di razionalizzazione supportato dalla Ue (riduzione degli uffici e dei magistrati, informatizzazione), ma rimangono i diversi livelli decisionali che rendono lento il processo giuridico e discrepanze di trattamento tra le tre entità statali che violano il principio dell’eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge che la Ue ritiene principio ineludibile per completare il processo di integrazione. “Ci sono tredici ministri della Giustizia, tre corti supreme, quattro giurisdizioni – sintetizza l’irlandese Una Kelly, che per la delegazione Ue sta curando la riforma giudiziaria – Ma l’organismo davvero nuovo è il Consiglio della Procura, un organismo trasversale con poteri su tutte le entità del Paese, mutuato da modelli giuridici del Nordeuropa”.

Tutti casi “ordinari” di crimini di guerra sono ora passati alla giurisdizione bosniaca, mentre la Corte penale internazionale dell’Aja sta curando solo i “pesci grossi”. I casi ancora al vaglio dell’Aja sono 161, tra cui 94 serbi, 29 croati, 9 bosniacchi, 9 albanesi, due montenegrini e due macedoni. Kelly dice però che le indagini pendenti di cui non si conosce il colpevole sono oltre 1300. La Ue ha garantito 15 milioni di euro in 5 anni per accelerare i processi, e garantire anche le infrastrutture tecniche per permettere la deposizione sicura – sotto protezione o via videoconferenza dall’estero – dei testimoni ancora disponibili.

In questo clima Papa Francesco deve guardarsi dalle molte strumentalizzazioni incrociate che la sua visita rischia di attivare. Quelle che i 19 intellettuali laici nella loro lettera-appello hanno definito “nazionalizzazione del sacro”, cioè la religione piegata alla politica e ridotta a “etnicità”. “La Bosnia ha bisogno di aiuto per ricostruire la fiducia tra i gruppi – scrivono a Francesco – Il riconoscimento genuino delle atrocità commesse durante la guerra ne è un elemento chiave”.

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