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ILVA/ Scena muta di Fabio Riva dal Gip, prepara un memoriale

Sceglie la via del silenzio in attesa di preparare un memoriale Fabio Riva. L’ex vice presidente dell’omonimo gruppo proprietario dell’Ilva, costituitosi venerdì sera all’aeroporto di Fiumicino dopo una lunga latitanza a Londra, è stato interrogato oggi nel carcere di Taranto dal gip Patrizia Todisco, che firmò l’ordinanza di custodia cautelare del 26 novembre 2012 nei confronti dello stesso imprenditore milanese e di altri indagati dell’inchiesta ‘Ambiente svenduto’, poi approdata all’udienza preliminare. Fabio Arturo Riva, come prevedibile, si è avvalso della facoltà di non rispondere. In questo momento ritiene inutile, se non controproducente, rendere dichiarazioni, perchè «gli eventi – ha precisato il suo legale, l’avv. Nicola Marseglia – sono ormai superati». Riva, diventato numero uno del gruppo dopo la morte del padre Emilio, il patriarca dell’acciaio, avrebbe deciso quanto meno di spiegare in uno scritto difensivo il contenuto della intercettazione telefonica che lo ha reso celebre, quando, parlando al telefono con l’avv. Francesco Perli, di una relazione tecnica di Arpa Puglia sull’emergenza benzo(a)pirene, disse: «due casi di tumori in più all’anno? Una minchiata». L’obiettivo è quello di dare una interpretazione alternativa al significato di quella conversazione che ha indignato i tarantini. Riva è accusato, in concorso con altri, di associazione a delinquere finalizzata al disastro ambientale, all’avvelenamento delle sostanze alimentari, all’omissione dolosa di cautele sui luoghi di lavoro, corruzione, falso e abuso d’ufficio, ed è tra i 52 imputati per i quali la procura di Taranto ha chiesto il rinvio a giudizio. L’imprenditore risultava latitante dal novembre di tre anni fa: era stato arrestato a Londra il 21 gennaio 2013 (tornò libero su cauzione) ed aveva ingaggiato una battaglia legale per evitare il rientro in Italia. Dopo che la Corte inglese ha dato il suo assenso all’estradizione, Riva ha deciso di non presentare appello e l’altra sera si è consegnato ai finanzieri. Appare scontato che la difesa presenti una istanza di revoca o sostituzione della misura cautelare e, in subordine, di trasferimento al carcere di Milano. Un modo per consentire all’indagato – che era destinatario di una seconda misura restrittiva emessa dal gip del tribunale lombardo Fabrizio D’Arcangelo – di avvicinarsi alla famiglia e di partecipare alle udienze del processo d’appello per una presunta truffa ai danni dello Stato da circa cento milioni di euro, per cui Fabio Riva è stato già condannato in primo grado a 6 anni e mezzo di carcere. La difesa dell’imprenditore, davanti ai giudici della Westminster Magistrates Court di Londra, aveva anche lamentato una persecuzione politico-giudiziaria e parlato di «condizioni disumane» delle carceri italiane, dalle quali ora l’ex amministratore dell’Ilva prova ad uscire in fretta.

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