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MAFIACAPITALE/ Il nuovo presidente della 29 Giugno: avanti tra mille difficoltà

Quasi 1300 dipendenti, molti contratti trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato, alcuni nuovi appalti vinti, ma tante difficoltà da affrontare ogni giorno, primi fra tutti i controlli da parte della Pubblica Amministrazione, che talvolta assumono forme di «vero e proprio accanimento», e le forme verbali di «violenza sommaria» alle quali sono spesso sottoposti i dipendenti. È quanto evidenzia Luca D’Amore, avvocato, con una lunga esperienza all’Agenzia del demanio e all’Agenzia per i beni confiscati, nuovo presidente delle cooperative 29 giugno servizi, Formula sociale e Abc, tre delle cinque cooperative coinvolte nell’inchiesta Mafia Capitale. Al dott. Flaviano Bruno sono invece state affidate la 29 giugno Onlus ed il consorzio Eriches 29. A seguito del sequestro, le cinque cooperative operano sotto il controllo del Tribunale di Roma, sezione Misure di Prevenzione, e sono affidate alla gestione di tre amministratori giudiziari di grande esperienza, Davide Franco, Claudia Capuano e Paolo Lupi. D’Amore difende la qualità del lavoro svolto dai dipendenti di tutte le cooperative e, dopo la bufera seguita al nuovo filone d’inchiesta su Mafia Roma, invita a non fare di tutta l’erba un fascio. Va ricordato in proposito che tra tutti i dipendenti delle cinque cooperative, circa il 30% sono ex detenuti. «Gli ex detenuti avvertono la cooperativa come il loro riscatto sociale e proprio perché provengono da un difficile percorso di vita, stanno collaborando moltissimo con l’amministrazione giudiziaria. Tutti i dipendenti hanno ben compreso che grazie al sequestro di prevenzione disposto dal Tribunale di Roma, Misure di prevenzione, hanno potuto continuare a lavorare». «Sotto il profilo dei rapporti di lavoro – spiega D’Amore – non ci sono grandi differenze numeriche: prima del 2 dicembre, data del sequestro, i dipendenti delle cinque cooperative erano 1329, oggi sono 1270 circa. La differenza è dovuta in gran parte a situazioni volontarie di persone che si sono dimesse o alle quali i contratti sono scaduti e hanno scelto di non farsi ricollocare. Quando è entrata l’amministrazione giudiziaria, il tasso di contratti a termine era troppo alto, era stato superato il numero di proroghe possibili. Abbiamo convertito a tempo indeterminato molti contratti e oggi siamo sotto la quota prevista della legge: 30% del complessivo sono tempi determinati. Stiamo partecipando a nuove gare e speriamo di risultare aggiudicatari». Un problema importante, al momento, riguarda gli appalti in essere prima dei sequestri. Il Codice appalti prevede infatti la possibilità di partecipare a nuove gare, ma nulla dice in ordine alla possibilità per le società sotto sequestro di proseguire nei contratti di appalto che si erano aggiudicate precedentemente. «Noi abbiamo potuto proseguire nei contratti – spiega D’Amore – grazie al prezioso supporto del Giudice delegato, dott. Guglielmo Muntoni, e mediante la sinergia delle istituzioni quali la Prefettura di Roma ed il Comune di Roma Capitale, in particolare dei neo assessori Francesca Danese e Alfonso Sabella. In altri casi (che non riguardano le cooperative in esame), non esistendo una norma che impone al prefetto di rilasciare la certificazione antimafia, le aziende sequestrate sono state costrette a chiudere, attesa l’impossibilità di proseguire nella gestione dell’appalto in assenza di una nuova certificazione antimafia. Si dovrebbe invece prevedere che il prefetto, sin quando si protrae la gestione giudiziaria e, previ accertamenti in ordine alla possibilità di prosecuzione aziendale, rilasci la nuova certificazione antimafia, consentendo così la continuazione dell’attività dell’impresa sequestrata». Secondo D’Amore, oggi l’unico strumento efficace per combattere la criminalità organizzata è quello dei sequestri e delle confische. Proprio per questo motivo – rileva – occorre potenziare gli strumenti di aggressione ai patrimoni illecitamente acquisiti, anche supportando maggiormente le forze dell’ordine negli accertamenti patrimoniali nonché potenziando gli uffici giudiziari specializzati nel c.d. processo al patrimonio, i quali spesso presentano un organico numericamente inadeguato per affrontare le numerose richieste di applicazione della misura patrimoniale. In proposito va ricordato che la Commissione antimafia, nel disegno di legge citato, ha inserito, tra l’altro, una proposta emendativa che prevede la trattazione dei processi di prevenzione in via prioritaria e un sensibile potenziamento degli uffici giudiziari che si occupano di questa materia. «È un buon segnale, ma naturalmente occorre anche intervenire su altre importanti tematiche quali la valorizzazione del ruolo dell’amministratore giudiziario che oggi viene purtroppo accostato alla figura del curatore fallimentare, nonché dell’Agenzia Nazionale dei beni confiscati che va potenziata e che deve occuparsi solo di gestire e destinare i beni confiscati in via definitiva», commenta D’Amore.

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