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MUSICA/ Morto Ornette Coleman, leggenda del free jazz

È morto oggi a New York, all’età di 85 anni, Ornette Coleman, sassofonista, compositore, artista di straordinaria forza creativa. La sua carriera si è sviluppata tutta sotto il segno dell’innovazione, il grande musicista americano è riuscito in tutto il suo percorso musicale a non ripetersi mai, cercando ogni volta di rinascere, di reinventarsi, sbagliando anche alle volte, ma mai restando fermo. E’ stato un rivoluzionario, nel senso letterale del termine, perché non si è ribellato alle regole, le ha semplicemente disattese stabilendo che la musica poteva e doveva vivere sfuggendo alle regole, è stato un musicista che ha fatto in modo di rompere abitudini senza crearne di nuove.

Il jazz senza di lui forse sarebbe diventato roba da museo, Coleman lo ha preso e gettato nel grande mare della confusione, quella confusione contemporanea che ha permesso ad altri artisti di inventare il mondo nuovo dell’arte in cui oggi viviamo. Le fondamenta del mondo sonoro come oggi lo conosciamo sono state costruite dalla sua capacità di inventare, di abbandonare le strutture del passato per tuffarsi nella contemporaneità, e tutti, da Kanye West a Jovanotti, debbono qualcosa a lui, alla sua idea di musica. Si potrebbe dire che prima di Ornette la musica era chiusa in una grande stanza, e che lui si è “limitato” ad aprire la porta è creare corrente, facendo uscire la musica, facendone entrare altra. E per quanto abbiano avuto ragione Carles e Comolli nell’accostare free jazz e black power, l’influenza di Coleman sulla musica del Novecento e di oggi è molto più ampia di quella, pur fondamentale, sulla cultura afroamericana: il free jazz ha spostato il baricentro dell’universo sonoro verso l’improvvisazione, verso la composizione istantanea, verso il gesto musicale, verso il rumore, l’imperfezione, l’energia e la vita, e la musica, quella vera, non è più tornata indietro.

Di certo Coleman era cresciuto nel cuore della musica nera, prima nel solco del rhythm’n’blues, poi con la febbre dei boppers, che aveva immediatamente superato liberandosi rapidamente nel suo stile dalle necessità delle strutture armoniche predefinite. Quando nel 1958 intitolò programmaticamente il suo album Something Else, con Don Cherry, Billy Higgins, Don Payne e Walter Norris, in molti capirono che il suo senso melodico e armonico era diverso da quello degli altri, che la sua capacità di deviare dalla strada abituale non era segno di ribellione ma affermazione di vitalità creativa, di bisogno di libertà, di ricerca di un “anima” nuova per la musica, per il jazz. Ecco arrivare dunque i capolavori, The shape of jazz to come, Tomorrow is the question e Free jazz, pietre miliari della musica contemporanea, realizzati con musicisti del calibro dei già citati Cherry e Higgins ma anche come Charlie Haden, con il quale collaborerà molto, o Freddie Hubbard, Eric Dolphy, Scott LaFaro, Ed Blackwell…

Seguiranno anni di sperimentazioni avventurose, l’elettrificazione degli anni Settanta, il rapporto con la musica africana, con le musiche etniche di mezzo mondo, con il rock, con la musica classica, gli consentiranno di essere sempre “altrove”, mai in uno spazio determinato, certo, “reperibile”, ovvio, muovendosi in quel inafferrabile territorio musicale che lui amava definire “armolodico”. Album come Virgin Beauty, opere come Skies of America, le collaborazioni con Pat Metheny o con Dewey Redman, il lavoro dei Prime Time o addirittura la vittoria, pochi anni fa del premio Pulitzer con Sound Grammar testimoniano un’attività inarrestabile, straordinaria proprio nel senso dell’essere sempre fuori dall’ordinario, fino all’ultimo. Un percorso leggendario per un musicista che ha contribuito a dare forma all’impossibile.

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