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La protesta dei cento sugli scogli di Ventimiglia

All’alba sugli scogli di Ponte san Ludovico, un centinaio di teli argentati sotto cui dormivano altrettanti migranti ha fatto tremare il cuore di molti. Quell’immagine nella luce appena cominciata di un giorno che si è dimostrato difficile non poteva non ricordare altri corpi e altri pietosi sudari. Poi, i 100 si sono svegliati. Somali, eritrei, sudanesi hanno piegato le loro cose, si sono lavati, e hanno cominciato una giornata di protesta lunga ben più di 24 ore. Sotto gli occhi della gendarmerie francese che non avrebbe consentito la minima invasione del suo suolo, e sotto una pioggia torrenziale, i 100 hanno cominciato poco dopo la sveglia il loro canto di protesta: «non torneremo indietro», «dobbiamo passare». Un grido che attraverso i media affollati sulla lunga passeggiata doveva arrivare fino a Bruxelles, a quell’Unione europea che i 100 migranti vorrebbero più attenta ai diritti umani. Poco lontano, a Ventimiglia, nella stazione ferroviaria la stessa sveglia ha interessato un altro centinaio di persone: tra loro donne e bambini, un neonato, una donna incinta. Qui nessun canto, ma il rumore di un treno che ne ha portati via, oltralpe, più di uno. Sulla scogliera invece va in scena una protesta che ha più significati: non solo la richiesta di poter attraversare la Francia per ricongiungersi con le famiglie in Inghilterra e Svezia, Germania e Spagna ma la richiesta a voce alta di maggior attenzione ai diritti umani. La Croix rouge francese porta cibo e acqua, ogni tanto qualche ragazzo italiano arriva con le borse della spesa. Perché «è indecente che vengano lasciati così». La Mercedes ultimo modello della Croce rossa monegasca scarica due casse di pere, ci sono anche i sacchi dei vestiti da distribuire. La multicolore folla dei 100 si disgrega e si riunisce come un’armonica massa e fa quello che i ‘leader’ comandano: si canta, dice Alì, si urlano slogan, dice Ahmed mentre il terzo, un libico in camicia bianca e occhiali neri, va su e giù per la passeggiata a mare. Sono tutti insieme, musulmani e cristiani. Per i primi scatta l’ora della preghiera e mentre il piccolo mondo sulla scogliera urla ‘human rights’ volge il viso alla Mecca e s’inginocchia. Poi tutti insieme puliscono le rocce dai rifiuti, stendono gli abiti bagnati, scrivono su magliette e cartelli parole che urleranno per tutto il giorno davanti alle telecamere. Sanno che la polizia italiana tenterà una mediazione per farli andare via di lì ma per il momento usano la scogliera come una tribuna. E mentre loro chiedono attenzione, prima di coprirsi ancora con i teli argentati, alla stazione ferroviaria c’è chi viene e c’è chi va. Verso frontiere che non possono essere chiuse, nemmeno per una prova di forza.

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