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L’INTERVISTA/ Polillo: “Siamo a un punto di rottura, in pericolo la coesione sociale”

di Alfredo Criscuoli
Il prof. Gianfranco Polillo, economista, già sottosegretario di Stato all’Economia nel governo Monti, ha lasciato un ottimo ricordo di sé. “Bucava” letteralmente lo schermo e i conduttori dei vari talk show facevano a gara per averlo ospite in studio. Lucido, ironico, ha ricoperto e ricopre con capacità analitica notevole il ruolo di osservatore politico. Gli abbiamo chiesto di fare il punto su una situazione, quella italiana, che forse è ancora più complessa e confusa di quella che si trovò ad affrontare il governo Monti.
Professore come vede la situazione italiana?
Il momento è particolarmente difficile. L’impressione è quella di un Paese che sta lentamente sprofondando. I fatti di cronaca sono impietosi. Bivacchi di immigrati nelle principali piazze delle due capitali italiane: Roma e Milano. L’insorgere di focolai di infezione, come la scabbia, che generano allarme. Un ribellismo diffuso tra masse di diseredati che, in alcuni casi, si traduce nell’aggressione virulenta. L’uso del machete, nella stazione di Villapizzone a Milano, da parte di una gang latino-americana, è un segnale inquietante. Ed in questo caso non si tratta di rifugiati, ma di semplici clandestini. Forse addirittura regolarizzati. Comunque quella irregolare rappresenta la componente più rilevante di quel flusso migratorio. Una concentrazione destinata a crescere visto che il resto dell’Europa ha chiuso le frontiere.
Ma non dovevamo “cambiare verso”, come ha detto più volte il Premier?
La delusione comincia a serpeggiare. Sempre con una maggiore insistenza. Nella prospettiva più immediata vorremmo non essere costretti a rispolverare le pagine del vecchio Malthus. Non quello della carenza della domanda come elemento di crisi permanente nella dinamica dello sviluppo capitalista. Ma quello dello squilibrio tra andamento demografico e crescita economica. Per cui, alla fine, erano le grandi catastrofi naturali o umane, come le guerre, a dover garantire la sostenibilità della continuità storica.
Non è una visione troppo pessimista?
In Italia la crescita dell’immigrazione avviene con una progressione geometrica. Se nei mesi passati era solo qualche barcone a raggiungere le coste. Oggi sono intere flotte di gommoni ed altri improbabili mezzi di trasporto ad alimentare un flusso quasi quotidiano. In questa missione aiutati dalle navi di “Triton”, divenute una sorta di taxi, che prelevano i migranti a poche miglia dalle coste della Libia e li sbarcano nei vari porti italiani. Per poi riprendere in mare, soddisfatti del successo della loro missione. Intanto le gatte a pelare rimangono alle loro spalle.
Una coesione sociale, quindi, in pericolo?
Inevitabile. In Italia, la crescita delle risorse, non solo finanziarie, non risponde nemmeno a quella progressione aritmetica, che Malthus poneva a fondamento della sua teoria. In molti casi, si assiste, invece ad una vera e propria regressione. L’ultimo allarmante dato è quello della produzione industriale. In Aprile, dice l’Istat, l’indice “è diminuito dello 0,3 per cento rispetto a marzo”. Se non è la fine di un sogno, quello di un primo trimestre positivo in termini di crescita del Pil, poco ci manca. “Nella media dei primi quattro mesi dell’anno – aggiunge impietosamente l’Istituto di statistica – la produzione è diminuita dello 0,1 per cento rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente”. Una stagnazione che continua, nonostante gli sproloqui governativi su crescita e sviluppo.
Era prevedibile?
Con la testa fredda ed un pizzico di disincanto, ritengo di si. Nei giorno scorsi c’era stato un ottimismo eccessivo per la crescita intervenuta nel primo trimestre dell’anno. Un più 0,3 per cento, che in molti consideravano la fine del grande gelo. L’Italia che riparte. Se si fosse scomposto quell’indice sintetico si sarebbe visto che non era tutto oro quello che brillava. Il traino era dovuto alla crescita delle scorte, con un più 0,5 per cento. Contrastato dall’ulteriore caduta dei consumi interni e della componente estera. Riempiti, nuovamente, i magazzini; quello stimolo non poteva che esaurirsi. Tant’è che la produzione industriale di beni di consumo è diminuita, in aprile, addirittura dell’1,2 per cento.
E’ possibile che nessuno se ne sia accorto?
Per la verità non è cosi. Lo stesso Giorgio Squinzi, Presidente di Confindustria in polemica con Matteo Renzi e con chi sollecitava ulteriori investimenti aveva osservato, “investire e non sapere dove mettere le produzioni ovviamente non ha senso”. Ci sembra che gli ultimi dati Istat gli danno pienamente ragione. Se i consumi interni non riprendono, se l’estero non va poi così bene, anche in conseguenza delle maldestre sanzioni contro la Federazione russa, è difficile che l’economia possa ripartire. Ciò che può avvenire è solo la sostituzione delle vecchie forme contrattuale con il jobs act. Approfittando delle generose sovvenzioni governative.
Ci troviamo, quindi, in un punto morto? Perchè secondo Lei il Governo non interviene?
Di questo complesso di problemi, il Governo dovrebbe farsi carico. Dare, almeno, un segno di vita. Mostrare un guizzo di intelligenza propositiva. Ed invece è solo un gigantesco pantano, in cui scorrazzano bande di malavitosi, con il marchio coop. E si erigono barricate a favore di amministratori locali, che, in vicende così gravi, hanno mostrato tutta la loro insipienza. Contribuendo con il loro scellerato operato a rafforzare il menefreghismo europeo. Se gli Italiani sono quello che sono. Se riescono a costruire una truffa gigantesca sulla pelle di migliaia di immigrati. Allora è bene che cuociano nel loro brodo. Così si ragiona a Parigi o a Berlino, mentre si alzano i ponti levatoi per evitare ogni possibile contagio. Ed intanto la situazione italiana diventa sempre più critica. Una corda tesa fino al suo punto di rottura.

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