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MOSTRE/ Piero Golia, archeologia di un’opera

Possono sembrare dune desertiche o mari increspati, di colori cangianti come ali di libellula nel bagliore incontaminato della sala ellittica della Gagosian Gallery: è la prima mostra romana di Piero Golia, artista quarantenne napoletano, da 14 anni a Los Angeles (dopo tre vissuti a New York), città che ama e odia, ma che deve «aggiustare». Esposte 12 opere della serie ‘Intermission Painting’, che trasforma in opere d’arte il materiale di scarto di un altro, spiazzante progetto, la realizzazione a grandezza naturale in polistirolo espanso del naso di George Washington scolpito nel Monte Rushmore in Sud Dakota. Si tratta di un’opera in divenire, ispirata anche alla novella di Gogol ‘Il Naso’, dalla quale Golia mutua uno sguardo satirico sul complesso di castrazione. Il progetto ha già avuto due atti, vale a dire la performance scultorea compiuta all’Hammer Museum, in occasione della mostra ‘Made in LÀ, mentre l’altra si è svolta a New Orleans durante la Biennale ‘Prospect 3’. Se nel primo atto l’artista creava con il polistirolo il naso di Washington, nel secondo una squadra di studenti ha messo a punto uno stampo in gesso dalla replica dell’artista, associando per sempre il primo Presidente degli Stati Uniti d’America al simbolo dell’originaria paura maschile. Gli ‘Intermission Paintings’ presentati della Gagosian altro non sono che gli avanzi di polistirolo raccolti da Golia dopo la performance. L’artista li ha poi ricoperti di un duro strato di polimero, per dipingerli successivamente con nano-pigmenti iridiscenti utilizzati nell’inchiostro di sicurezza per la stampa delle banconote. Nel biancore della galleria, le sculture assumono però altri significati, si tingono di suggestioni cui l’artista non pensava. «Quando fai un lavoro, perdi la magia, perdi la distanza, ma nei veri artisti tutto è vero», dice Golia, dopo tanta gavetta ancora pieno di stupore per la mostra romana. «Io ho cominciato in tempi difficili, mia madre si vergognava a dire che aveva un figlio artista, ancora oggi mi meraviglio che non faccio più lezioni, che non sono più un lavapiatti». Irriverente e saggio, una salda formazione scientifica, Piero Golia fa emergere gli studi di ingegneria tutte le volte che fa arte (cioè sempre) grazie all’approccio che lo fa partire da un modello teorico. Perché, afferma, «la teoria per me è narrativa e la vera arte altro non è che l’uomo che crea una storia tanto forte da restare nel tempo». Come l’Iliade o Odissea di Omero, o i capolavori di Michelangelo e Caravaggio, ancora oggi esempi palpitanti per gli artisti concettuali come lui, che «vogliono fare bene». Per questo Golia racconta il percorso del suo progetto sul naso di George Washington con questi intermezzi, che riuniti insieme rappresentano una sorta di «lavoro archeologico», grazie al quale poter ricostruire tutte le tappe della sua creazione, facendone scaturire al tempo stesso nuova vita. «Sono andato a Los Angeles perché lì c’erano tutti i miei idoli», prosegue l’artista, che nella mecca del cinema ha invece trovato solidarietà e aiuto. Vive, per soli mille dollari, sulla collina di Hollywood, con i cervi che in estate entrano nel suo giardino e a pochi minuti di macchina ha un cinema in 3D. «Tutto questo però si paga con la mancanza delle persone – conclude – Los Angeles è un posto tremendo, pieno di ingiustizie, ma penso che sia mio dovere aggiustarlo

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