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IL PUNTO/ Perché i romani non sono liberi di decidere il proprio destino

di Carlo Rebecchi
E’ proprio il caso di dirlo: povera Italia! Che Mafia Capitale sia un bubbone nazionale, noi italiano lo sappiamo benissimo. Ora se ne stanno accorgendo anche all’estero, dove finora conoscevano nella maggior parte dei casi soltanto la mafia siciliana. Con una “lettura” diversa però da quella italiana. Da noi si ha tendenza, soprattutto ad alto livello politico, a considerare Mafia Capitale un fatto grave ma in ogni caso limitato ad una città, Roma, per quanto grave e corrotta essa sia. All’estero invece sono più numerosi quelli che giudicano Mafia Capitale ancor più pericolosa della mafia siciliana, o della Camora o della N’drangheta. “Il pesce puzza alla testa. Se la politica della Capitale è marcia, come si può pretendere che in Sicilia, o in Campania o in Calabria, ci sia trasparenza ed onestà?” mi ha detto “un amico dell’Italia” che ho incontrato nei giorni scorsi a più di mille chilometri dall’Italia.

Quell’ “amico dell’Italia”, che tra l’altro è uno studioso della storia antica di Roma, aveva appena letto, su Internet, le ultime notizie relative al secondo atto di Mafia Capitale. Una notizia lo ha letteralmente sconvolto: quella che, secondo quanto scritto dai giornali italiani, l’assessore alla legalità Alfonso Sabella non si separi dalla propria pistola, portata nascosta nella fondina sotto l’ascella, nemmeno nell’ufficio che ha a Ostia come “delegato” di Ignazio Marino a seguito del commissariamento del locale Municipio. E si è indignato ancor più, l’amico dell’Italia, quando ha letto che proprio Sabella ritiene che non ci siano le condizioni, attualmente, per commissariare il Comune di Roma.

Gli ho riferito la “spiegazione” dello stesso Sabella. E cioè che il commissariamento sarebbe “un salto nel buio tremendo” in quanto ci sarebbero da sostituire più di 500 persone – 15 presidenti di municipio, 25 consiglieri e 6 asssessori per municipio, 48 consiglieri comunali, 12 assessori della Giunta e un Sindaco, cioè Ignazio Marino – senza nemmeno essere sicuri che poi le cose cambierebbero, “perché se si mandano a casa i politici ma non si sostituiscono i funzionari dell’amministrazione, nella quale si trova il principale marcio , tutto rischia di rimanere come prima”. La reazione è stata di indignazione perché, mi ha detto, voi non state cercando di estirpare il bubbone ma di trovare, di fatto, un compromesso che favorirà anche i progetti mafiosi a Roma facendo parallelamente sempre più scadere il livello dell’amministrazione capitolina.

Era realmente sdegnato, l’amico dell’Italia, e debbo riconoscere che un po’ mi sono vergognato anch’io, che pure non ho voce in capitolo in questo campo, per l’aria di arrendevolezza, se non di rassegnazione, che gli italiani hanno davanti a scandali come quello, sempre più vasto, di Mafia Capitale. In qualunque paese che il bianco è bianco e il nero è bero, fatti come quelli rivelati dall’accoppiata Buzzi&Carminati provocherebbero vere e proprie rivoluzioni. Il Capo del Governo, e non un ministro dell’interno nel cui partito abbondano gli indagati, si sarebbe dovuto spiegare in Parlamento, avrebbe dovuto spiegare come e in che tempi intende fare piazza pulita. Da noi Matteo Renzi, che non si stanca di ripetere che “i colpevoli vanno puniti in maniera esemplare”, in Parlamento non si è fatto vedere. Dando fiato alle voci di chi spiega questo comportamento con il fatto che nell’occhio del ciclone c’è soprattutto il suo partito, Il partito democratico.

E’ poco comprensibile, fuori dall’Italia, questo “chiamarsi fuori” dell’esecutivo. Tanto più che lo stesso Sabella ha dichiarato, recentemente, che le indaggi in corso a Ostia, che peraltro sono ancora all’inizio,”hanno già accertato la presenza nel territorio di organizzazioni criminali di stampo mafioso di tipo più tradizionale, che non esitano a usare armi e a compiere intimidazioni”. Ad una prima e superficiale analisi, si può a questo punto pensare che l’affermazione dell’assessore Sabella che “non ci sono le condizioni per il commissariamento” del Comune sia un assist, non si sa fino a che punto spontaneo o richiesto, per aiutare il governo ad evitare una scelta che avrebbe sicuramente effetti gravissimi per l’immagine dell’Italia nel mondo, nel momento in cui Roma cerca di accreditarsi in Europa come paese “serio” e di attirare in Italia investitori stranieri.

Molti romani, non c’è dubbio, preferirebbero fare “tabula rasa” dei corrotti e dei corruttori e ripartire da zero; come dicono i grillini, che in caso di elezioni a Roma l’anno prossimo sperano di diventare il primo partito della Capitale. C’è poi la “ragion di Stato”, che talcolta non può essere ignorata. E non è detto che anche chi preso individualmente sarebbe magari orientato ad azzerare tutto, non si renda conto dello sconquassi che potrebbe derivare per i cittadini dal commissariamento. Ai romani non resta che aspettare le decisioni “dall’alto”. Almeno però vorrebbero che qualcuno – il presidente della Repubblica, il capo del governo, il sindaco Marino? – “ci mettesse la faccia” e parlasse loro come a degli adulti. Dicendo pane al pane e vino al vino. E magari indicando una credibile via d’uscita dall’incubo di Mafia Capitale, invece delle sole sterili promesse.

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