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IL PUNTO/ Renzi rivoluziona CDP e stringe il cerchio su Marino

«I cambiamenti si fanno con le persone giuste». Un fedelissimo renziano riassume lo spirito con cui il premier ha deciso di giocare alcune partite, ritornando al Renzi 1: oggi, in un colloquio di oltre tre ore lontano da Palazzo Chigi, il presidente del consiglio ha convinto Franco Bassanini ad un passo indietro per avviare quel rafforzamento della Cdp «nelle partite del paese». Il totale silenzio che regna, invece, tra Palazzo Chigi ed il Campidoglio non vuol dire che il leader Pd abbia deciso di cedere alla «resilienza» di Ignazio Marino: o c’è a breve una svolta radicale, spiegano fonti vicini al premier, o il sindaco dovrà lasciare la poltrona. Verso le 12 il presidente del consiglio ha lasciato Palazzo Chigi, non partecipando al consiglio dei ministri che aveva all’ordine del giorno alcune leggi regionali. Il motivo dell’assenza prolungata si è capita dopo ore: convincere, con un colloquio di oltre 3 ore, Franco Bassanini a lasciare la presidenza della Cdp, una decisione che non nasce dal mancato riconoscimento del lavoro svolto in questi dalla «cassaforte d’Italia», che investe circa 250 miliardi di euro, ma dalla volontà del governo di far incidere di più la Cdp in partite più determinanti a sostegno dell’economia nazionale. E proprio per riconoscere le competenze dell’ex ministro il premier ha chiesto a Bassanini di lavorare al suo fianco come suo «consigliere speciale» a Palazzo Chigi. Anche se, spiegano i ben informati, per l’ormai ex presidente Cdp non è escluso, se vorrà, di essere indicato nella rosa dei candidati Pd per la Consulta. Dopo un braccio di ferro, più o meno lungo e più o meno ammesso dalle varie parti, il presidente del consiglio volta pagina in una delle strutture cruciali per le partite del governo. Più contorto sembra, invece, l’esito di un’altra vicenda, tutta politica, che il premier ha deciso di affrontare di petto: il rilancio di Roma. Il premier non ha intenzione di lasciare cadere la questione o lasciar fare a Marino che sembra sordo ai richiami. C’è addirittura chi si spinge a dire che, quando il prefetto Franco Gabrielli farà le sue conclusioni sul dossier Mafia Capitale, il governo potrebbe commissariare Roma non per infiltrazioni mafiose ma per diffusa illegalità. Un’ipotesi che, però, sembra non corrispondere alle intenzioni del premier che, in caso di mancato rilancio, preferirebbe un passo indietro del sindaco per portare la capitale al voto nel 2016. Ma l’idea di una «giunta dei migliori» non convince affatto il Campidoglio che va fiero del rimpasto fatto a gennaio e dei suoi tecnici. A quel punto, spiegano fonti dem, il Pd potrebbe convincere a far minacciare le dimissioni agli assessori renziani, Guido Improta, molto legato a Paolo Gentiloni, e l’assessore al Bilancio Silvia Cozzese. «Allora o Marino capisce l’antifona e nomina Improta vicesindaco, di fatto un commissariamento, o la giunta è spacciata», spiega un dirigente romano.

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