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Gastronomia, sfida degli “artusiani”, basta inglesismi in cucina

Gli «studiosi artusiani» lanciano la sfida: «basta inglesismi, torniamo al linguaggio della cucina legato all’identità del nostro territorio». È il messaggio lanciato da Giovanna Frosini dell’Accademia della Crusca tra gli ospiti del convengo ‘Dammi la tua ricetta’, che a Casa Artusi ha raccolto il meglio degli studi sulla cucina italiana nel corso della Festa Artusiana. «Dobbiamo recuperare lo spirito di Pellegrino Artusi – ha aggiunto la studiosa toscana -. Così come il gastronomo alla fine dell’800 ha affrancato il linguaggio della cucina dal francesismo, così oggi deve essere fatto nei confronti dell’inglesismo imperante nel nostro lessico». Sfida culturale alquanto impegnativa se si guarda all’imperversare di termini come food e show coking: «È una sfida complessa che riguarda il mondo della comunicazione, e non solo la cucina – ha sottolineato lo storico Massimo Montanari – Quel che è certo è una sfida culturale: chi parla inglese, pensa poi inglese». Il paradosso in effetti è sotto gli occhi di tutti. La cucina italiana è l’emblema dell’Italia nel mondo, tuttavia nei nostri confini l’invasione di termini stranieri avanza sempre di più. Tornare, dunque, allo spirito dell’Artusi si presenta come la sfida di inizio XXI secolo. Condivide anche l’altro storico, Alberto Capatti: «Il gastronomo di Forlimpopoli paradossalmente ha trovato nuovi spazi e presenze nei tanti blog che affollano il panorama della cucina. La tecnologia, in sostanza, ha amplificato la sua presenza. Un limite però c’è: Artusi viene estraniato dalla sua dimensione storica. Non si può citare l’Artusi senza conoscerlo nella sua proposta culturale». Anche perché, come sottolinea il semiologo Paolo Fabbri, «una ricetta va al di là delle istruzioni per l’uso e della prescrizione di come si realizza un piatto: è lo specchio di qualcosa di molto più profondo e complesso».

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