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Grecia, Borse e banche chiuse per sei giorni


Mario Draghi dà una mano ad Alexis Tsipras, in un intervento che nella testa del banchiere centrale dell’Eurotower assume più il significato di salvaguardia dello stato di salute della moneta unica. Moneta che verrebbe minacciata da un collasso del sistema bancario greco che anticiperebbe il risultato del referendum e il Grexit. Ma il governo greco, al termine di una riunione d’urgenza del Consiglio per la stabilità finanziaria della Grecia (hanno partecipato Yanis Varoufakis, il suo vice Dimitris Mardas, il governatore della Banca centrale, Yiannis Stournaras, il capo dell’Associazione delle banche greche, il presidente di HFSF e della Commissione Capital Markets), ha deciso di non aprire domani la borsa (che non aprirà fino a dopo il referendum sul piano di aiuti in agenda domenica prossima) e le banche, che terranno quindi le serrande degli sportelli abbassati fino a martedì 7 luglio. Segno che i 700 milioni di euro ritirati dallla mezzanotte di ieri e cioè da quando Tsipras ha annunciato il referendum sulle proposte dei creditori hanno lasciato il segno e spinto l’esecutivo all’extrema ratio per preservare il sistema bancario. Inoltre, secondo quanto ha fatto sapere il ministro delle Finanze Yanis Varoufakis, potrebbero seguire anche ulteriori misure di controllo sul movimento dei capitali. Tutto questo, nonostante la Bce, smentendo le indiscrezioni circolate nella mattinata di domenica, abbia deciso di mantenere i fondi di emergenza Ela alle banche della Grecia al livello attuale, mentre il consiglio direttivo “seguirà attentamente la situazione” e resterà pronto a rivedere la propria posizione “in qualunque momento”. “Continuiamo a lavorare in stretta collaborazione con la Banca di Grecia – ha detto alla fine della riunione Mario Draghi – e approviamo con vigore l’impegno dei paesi membri ad assumere le iniziative necessarie a gestire le fragilità delle economie dell’area euro”.

La decisione del consiglio direttivo, riunito in teleconferenza da Draghi, ha in parte accolto gli appelli di Atene dopo il no incassato ieri dall’Eurogruppo. Il governo Tsipras aveva detto di auspicare il proseguimento dell’erogazione della liquidità d’emergenza del sistema Ela per consentire alle banche elleniche di restare operative anche dopo la scadenza di martedì sera, quando scatteranno il termine finale del piano di salvataggio e il blocco dei finanziamenti.
Il Paese in ansia continua a fare la fila davanti ai pochi bancomat che ancora continuano a erogare denaro, dopo che solo nella giornata di ieri sono stati ritirati dai depositi 700 milioni di euro. Il sistema Ela, del resto, è l’ultimo canale di accesso ai finanziamenti ed è diventato sempre più vitale via via che cresceva l’emorragia di depositi dalle banche. Tanto che su richiesta della Banca di Grecia la Bce ha dovuto ripetutamente aumentare il suo ammontare fino agli attuali 89 miliardi di euro.

Inoltre, la Bce esercita la vigilanza diretta sulle quattro maggiori banche del paese – Alpha bank, Banca del Pireo, Banca nazionale di Grecia ed Eurobank – ; sarà quindi essa stessa a stabilire se dispongano del pre-requisito indispensabile della solvibilità per continuare ad avere accesso a questi fondi. In caso contrario, la Bce dovrebbe chiudere i rubinetti e le banche greche esaurirebbero con ogni probabilità le liquidità in tempi brevi, costringendo le autorità a imporre controlli sulla circolazione di capitali. O addirittura una chiusura forzata degli sportelli. Entrambe tali eventualità sono state confermate dal ministro Varoufakis, il quale ha detto alla Bbc che il governo prenderà una decisione in merito in serata.

Subito dopo aver annunciato il referendum, in Parlamento Alexis Tsipras ha lancia a modo suo la compagna contro le proposte dell’ex Troika per strappare la Grecia dal default. “Amiamo la pace, ma quando ci dichiarano guerra siamo capaci di combattere e vincere”, ha detto nel discorso di fronte all’assemblea dei deputati ellenici per dare il via alla consultazione, approvata in Aula con 179 sì e 120 no. A favore hanno votato Syriza, la destra nazionalista di Anel e Alba Dorata. “Non chiederemo il permesso a Wolfgang Schaeuble o a Jeroen Dijsselbloem per fare il referendum – ha aggiunto il premier ellenico -. Ci accusano di avere fatto un colpo di stato. Invece questa si chiama democrazia”.

Il premier si è impegnato di nuovo a rispettare l’esito della consultazione (il primo sondaggio Kappa Research dà i sì al 47,2%, i no al 33% e gli indecisi al 18,4%) e ha difeso la decisione di rompere con i creditori: “Sostenevano che alzare le tasse era una misura recessiva, poi ci chiedevano di tagliare pensioni e stipendi – ha spiegato – Pretendevano che aumentassimo del 13,5% l’Iva sugli hotel, tanto valeva dire direttamente che è vietato fare turismo qui da noi”. Risultato: “Dobbiamo garantire il referendum alla nostra gente per consentirle di vivere con speranza e di non fare della Grecia un paese schiavo del debito per i prossimi venti anni”.

La decisione di escludere Yanis Varoufakis dall’Eurogruppo di ieri – ha aggiunto – rimarrà “una ferita” nella storia della Ue. “Nessuno ci può buttare fuori dall’Europa – ha sostenuto -. Noi non combattiamo contro il Vecchio continente ma contro pratiche di cui l’Europa dovrebbe vergognarsi. E stiamo facendo quello che Pasok e Nea Demokratia non hanno fatto: resistere”. Syriza quindi voterà “no”. E il no di Tispras, gridato ad alta voce, è un brand quasi storico della storia della Grecia. Ogni 28 ottobre il paese celebra il “Giorno del No”, un riferimento che ricorre spesso in queste ore. Una festa per ricordare quel 28 ottobre 1940 in cui l’ambasciatore italiano ad Atene Emanuele Grazzi ha presentato l’ultimatum al paese chiedendo di lasciare libero accesso alle forze dell’Asse. Richiesta cui il primo ministro Ioannis Metaxas rispose semplicemente “No” (Oki in greco) l’unica parola ripetuta alla noia nelle manifestazioni di piazza dei giorni successivi, diventata il simbolo della resistenza ellenica contro l’invasione degli stranieri. “Dobbiamo dire no ai tecnocrati e sì alla sovranità nazionale”, ha ribadito ieri Tsipras. Il “grande no” “aumenterà il nostro peso negoziale con i creditori”, ha concluso. Sperando che dopo il referendum ci sia ancora qualcuno a Bruxelles pronto a parlare con la Grecia.

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