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Grecia, crescono i dubbi sul refendum. Vìola la costituzione?

Crescono i dubbi sulla congruità, rispetto agli standard internazionali e alla Costituzione greca, del referendum voluto dal premier Alexis Tsipras. Preavviso troppo breve, quesito poco chiaro e impossibilità di mettere in campo gli osservatori internazionali sono i principali motivi per cui il Consiglio d’Europa ha già sostanzialmente bocciato le modalità della consultazione. Ma ora, dopo la presentazione di due ricorsi, è scesa in campo anche l’Alta Corte greca, che solitamente si occupa di questioni amministrative. La quale domani dovrà dire se il quesito posto da Tsipras violi o meno l’articolo 44 della Costituzione greca, cioè quello che vieta referendum su temi di politica fiscale o che possono incidere sul bilancio nazionale. Intanto, diverse fonti a Strasburgo, compreso il segretario generale Thornbjorn Jagland, hanno definito le modalità della consultazione popolare «non in linea con gli standard europei» fissati dalla Commissione di Venezia. Un mancato rispetto che è stato evidenziato anche da Jean Claude Juncker, ieri nella riunione straordinaria (a porte chiuse) con il gruppo del Ppe al Parlamento europeo, in cui i ‘popolari’ hanno definito la strategia per la campagna per il ‘sì’ fino a domenica prossima. A essere messi in discussione, anche se Bruxelles non ha sollevato alcuna eccezione di legalità del referendum, sono gli standard definiti nel «Codice di buona condotta sui referendum», adottato dalla Commissione di Venezia nella sessione plenaria del 16-17 marzo 2007. Secondo Jagland, il referendum di domenica non rispetta i parametri. Anzitutto perché ai greci è stata data solo una settimana per formarsi un’opinione, mentre il Codice, per quanto non vincolante, prevede che almeno due settimane prima del voto venga inviato a tutti i cittadini un «rapporto esplicativo o materiale informativo bilanciato» sul quesito referendario. «Cruciale» è poi la questione della chiarezza della domanda posta. Il testo – afferma la commissione consultiva del Consiglio d’Europa – non deve contenere «alcuna ambiguità, o suggerire una determinata risposta». Inoltre «gli elettori devono essere informati dell’impatto che avrà la loro scelta e quindi degli effetti del referendum». Un aspetto, quest’ultimo, che di fatto è al centro del referendum stesso. Tanto che il governo greco lo ha indetto su una proposta di salvataggio già scaduta, mentre il presidente della Commissione europea lunedì scorso ha affermato che «votare ‘no’ significa dire ‘no’ all’Europa». Non secondario è il problema della pressione messa da l governo di Atene. Tra le ‘Osservazioni’ della relazione illustrativa che accompagna il Codice è sì indicato esplicitamente che nel caso dei referendum, a differenza delle elezioni politiche, è «legittimo per i diversi organi di governo comunicare il proprio parere» nel dibattito a favore o contro. Le autorità però, è sottolineato, «non devono abusare della propria posizione». Dovrebbe essere quindi assicurata una copertura mediatica equilibrata tra favorevoli e contrari. Infine, nelle linee guida si fa riferimento al ruolo degli osservatori sia nazionali sia internazionali: un punto sottolineato anche dal segretario generale del Consiglio d’Europa. Il loro compito deve essere quello di assicurare che non solo il voto, ma l’intera campagna referendaria si svolgano rispettando gli standard internazionali.

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