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Referendum Grecia, testa a testa. L’ultimo appello di Tsipras

I greci vogliono restare nell’euro, ma, a 48 ore dal voto di domenica, sono ancora indecisi si dire “sì” o “no” alle proposte dei creditori per proseguire il piano di aiuti: secondo le ultime stime del Fmi servono almeno altri 50 miliardi di euro per fare fronte a un debito ormai insostenibile. Il referendum di domenica, però, si trasformerà in un voto di fiducia sul governo Tsipras che in una tornata elettorale organizzata in una settimana si gioca molto del proprio futuro. “Se i greci voteranno ‘no’, la posizione di Atene sarà drammaticamente indebolita, ma anche con il ‘sì’ non sarà facile” dice il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker che solo mercoledì aveva imposto il silenzio a tutti i commissari fino al voto.

Lo stesso premier lancia un nuovo appello alla sua popolazione, parlando in Tv ed escludendo una frattura con l’Eurozona in caso di rifiuto del piano dei creditori. “Votare ‘no’ al referendum non significa creare una frattura con l’Europa. Significa continuare i negoziati con termini migliori per i greci”, ricorda invitando a dire “no agli ultimatum, ai ricatti e alla campagna della paura”. Poi cita proprio il rapporto del Fmi per giustificare il rifiuto del piano dei creditori: “L’unico modo per rendere sostenibile il debito è un taglio del 30% e un periodo di grazia di vent’anni”.

Anche fuori da Atene si muovono le pedine. Dura la presa di posizione del premier lussemburghese Xavier Bettel nell’assumere la presidenza di turno dell’Ue: “Manca la fiducia tra Tsipras e gli altri leader europei. L’ho chiamato tre volte la scorsa settimana, gli ho detto che la presidenza Ue lussemburghese è basata su una cosa che si chiama fiducia, mai una volta è stata menzionata la parola ‘referendum’, poi venerdì sera ascolto le notizie e scopro che ne ha indetto uno”.

E mentre il ministro greco delle Finanza, Yanis Varoufakis, a una radio irlandese rassicura che “un accordo è in vista” anche con la vittoria del “no” ed “è più o meno fatto” perché i contatti proseguono “dietro le quinte”; da Bruxelles arriva una secca smentita: “Non c’è alcuna trattativa in corso”. Ancora più duro il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, per il quale l’affermazione di Varoufakis “è una bugia”. Per il ministro delle Finanze ellenico, in ogni caso, “la Grecia resterà nell’euro” e la discriminante tra un voto favorevole o contrario alle proposte Ue è che “il voto ‘no’ porterà a un accordo che includerà “la ristrutturazione del debito”. La scelta di aderire al piano Ue, invece, “semplicemente porterà il governo a mettere la sua firma in calce al documento proposto in precedenza dai creditori”. Il falco Wolfgang Schaeuble ci va cauto: alla Bild dice che “ci vorrà un po’ di tempo per far ripartire i negoziati”.

Secondo il vice presidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, la vittoria del “no” non rafforzerà la posizione negoziale di Atene, anzi avverrà l’esatto contrario: “La situazione è più complicata rispetto a una settimana fa” ha dichiarato al quotidiano tedesco Die Welt. L’Europa resta quindi in attesa del voto: “Aspettiamo il risultato del referendum, è il momento che i greci decidano il loro futuro”, ripete Juncker. Per il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, se i greci voteranno “no” sarà “incredibilmente difficile” mettere in piedi un nuovo salvataggio, mentre il presidente francese Francois Hollande spera che vincano i ‘sì’, “altrimenti entreremmo in una dimensione sconosciuta”. Duro il presidente dell’Europarlamento, Martin Schulz, secondo cui Tsipras “è un abile manipolatore” con il quale non è più possibile negoziare.

Negli ultimi sondaggi locali, intanto, si fa stretto il margine di differenza tra l’una e l’altra fazione. Un sondaggio citato dal quotidiano Avgi parla del “no” in vantaggio al 43%, ma il “sì” incollato al 42,5%. In mattinata, altre fonti locali parlavano di “sì” in recupero al 44,8%, mentre i “no” arretravano al 43,4%. Sta di fatto che gli indecisi sono ancora moltissimi e probabilmente saranno proprio loro a condizionare il risultato di domenica sera. E’ significativo, però, che il 74% dei greci voglia restare nell’Eurozona mentre solo il 15% sogna il ritorno alla dracma. Per Bloomberg, l’81% del campione vuole rimanere nell’area euro e solo il 12% è favorevole a tornare a una valuta nazionale. Tutte questioni che verranno chiarite dalle urne, sempre che il Consiglio di Stato oggi non accolga le obiezioni degli avvocati sulla costituzionalità della chiamata al voto.

In caso in caso di vittoria del “sì” si dimetteranno il ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis e probabilmente il premier Alexis Tsipras (“Non sono uomo per tutte le stagioni”, ha detto qualche giorno fa) che parlando in tv ha spiegato: “Non bisogna trasmettere ai cittadini allarmismo. Avremo un accordo 48 ore dopo il referendum. Questo accordo può essere il cattivo accordo che ci hanno proposto o uno migliore. Quanto più forte sarà il ‘no’, migliore sarà l’accordo”. Un accordo che deve contenere una soluzione percorribile, ossia deve prevedere la ristrutturazione del debito greco. Se invece vincerà il ‘sì’, ha spiegato il premier, “avremo un accordo non sostenibile. Rispetterò il risultato sia quel che sia e avvierò i procedimenti previsti dalla Costituzione”.
Sul fronte finanziario, intanto, Atene avrebbe pagato oggi 3,8 milioni di interessi su bond denominati in yen detenuti da investitori privati. Lo riferiscono fonti di governo alla Reuters, aggiungendo che i debiti per i quali sono stati saldati gli interessi non facevano parte della ristrutturazione del 2012. Il fondo salva-Stati Efsf, invece, ha deciso di non chiedere l’immediato pagamento del 130,9 miliardi dovuti da Atene, che avrebbe potuto far scattare dopo il mancato pagamento della rata da 1,6 miliardi al Fmi per il mese di giugno. Un evento che l’Efsf ha comunque definito “default” per Atene. “Il fondo Efsf è il più grande creditore della Grecia, questo default è causa di profonda preoccupazione. Rompe l’impegno greco ad onorare i suoi obblighi finanziari verso tutti i suoi creditori e apre la porta a severe conseguenze per l’economia e il popolo greci”, ha annotato il direttore Klaus Regling. Resta da monitorare la situazione delle banche, appese alla liquidità della Bce: hanno una liquidità disponibile di 1 miliardo fino a lunedì, ha detto il numero uno dell’associazione delle banche greche, spiegando che dopo la giornata di lunedì tutto dipenderà dall’Eurotower.

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