| categoria: economia

Pechino congela grandi azionisti, immessa liquidità pubblica. E Shanghai guadagna il 5,7%

Il fuoco di sbarramento per fermare l’Orso che si era impadronito della Borsa in Cina giovedì ha avuto successo per la prima volta in quasi un mese. Lo Shanghai Composite Index è salito del 5,7%, recuperando quasi interamente il -5,9 di mercoledì. Si tratta dell’incremento più alto in una sola seduta dal 2009. È ancora presto per dire se le misure del governo abbiano fermato il panico e stabilizzato la situazione. L’agenzia statale “Xinhua”, senza avventurarsi in analisi, ha pensato bene di salutare l’evento con un tweet alle 15 in punto, l’ora di chiusura: «Che giornata per le #azionicinesi! Un balzo dopo le ripetute misure di sostegno». Il tweet entusiasta è stato arricchito con la foto di un missile al decollo. La tv statale ha poi mostrato immagini da varie agenzie dove i cinesi comuni trattano i titoli seguendo l’andamento come si farebbe in una sala bingo: finalmente volti sorridenti. A partire da metà giugno Shanghai e Shenzhen, le due piazze di questa Cina nominalmente comunista ma innamorata del gioco in Borsa, hanno visto evaporare tremila miliardi di dollari di capitalizzazione. Quindi è presto per escludere che quello di ieri sia stato solo un rimbalzo. Certo, il bazooka imbracciato dal governo contro l’Orso ha sparato una serie di colpi in rapida sequenza. La People’s Bank of China ha immesso ancora liquidità prestando denaro alla China Securities Finance Corporation (che controlla il margin trading in Borsa) e così di fatto agisce da acquirente per i titoli dai quali gli investitori privati stanno fuggendo. Ai grandi azionisti che controllano oltre il 5% di un titolo è stato ordinato di non vendere per sei mesi. Centinaia di titoli sono ancora sospesi.

Inchiesta della polizia su ipotesi di attacco

È stata mobilitata addirittura la polizia che secondo la “Xinhua” sta indagando su fenomeni di «short-selling malevolo». Il fatto di maggior rilievo sembra la promessa della Banca centrale di continuare a garantire «ampia liquidità» per sostenere il mercato azionario. Si discute se si tratti di un’azione di «quantitative easing» e se così Pechino corra il rischio di creare una nuova bolla dopo quella che si è appena sgonfiata. I giornali controllati dal partito comunista hanno intervistato economisti locali pronti a rassicurare che la misura non presenta rischi finanziari. Secondo il ragionamento cinese, il flusso di valuta non si può definire «quantitative easing» perché decisamente inferiore a quello pompato dalla Fed americana e dalla Banca del Giappone per risollevare le loro economie dalla crisi finanziaria. Ma c’è un’altra differenza, sostanziale, che preoccupa gli analisti occidentali: la Fed lanciò il «quantitative easing» perché il denaro arrivasse al sistema produttivo rilanciando l’economia reale; la Banca del Popolo di Cina lo fa per sostenere i titoli in Borsa, sfidando il mercato. Ieri comunque è andata bene: Shanghai ha recuperato il 5,7%, Shenzhen il 4,2, Hong Kong è risalita del 3,7.

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Cina, le Borse crollano: investitori nel panico. Come nel ‘29

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In rialzo anche Tokyo e Seul

Anche Tokyo e Seul hanno ripreso uno 0,6 contando che il panico cinese si sia fermato. Gli analisti ora dicono che l’intervento del governo cinese per calmare il mercato, nei giorni scorsi, è stato eccessivo ed ha avuto l’effetto opposto, ingigantendo l’ondata di panico: tutto sommato, se la Borsa ha perso il 30% in un mese, aveva guadagnato il 150% nell’ultimo anno. Però, ora è anche chiaro che Pechino è determinata a fare di tutto per fermare la caduta e per esempio l’Asia Investment Team di Union Bancaire Privée, scrive nella sua analisi che «la previsione sulla Cina resta positiva e la situazione del mercato sembra potersi stabilizzare a breve».

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