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TEATRO/ Albertazzi, Adriano parla di me nel suo mausoleo

«Mi sono molto emozionato, e dire che sono ancora trasognato per aver portato le parole dell’imperatore Adriano scritte dalla Yourcenar nel luogo dove è stato sepolto, il mausoleo di Adriano, oggi Castel Sant’Angelo, comunicando agli spettatori ancora una volta un’emozione che arriva sempre vivissima e coinvolgente» racconta Giorgio Albertazzi dall’alto dei suoi 92 anni, la mattina dopo aver ripreso, per il 26/o anno, il suo spettacolo sulle ‘Memorie di Adrianò con la regia di Maurizio Scaparro, dall’omonimo romanzo della scrittrice francese, che porterà in giro tutta l’estate, finendo il 7 settembre a Pozzuoli e passando, tra l’altro, da Tivoli, Ostia Antica, Sarzana, Sarsina e Albano. Lo spettacolo era nato del resto per un altro luogo legato a quell’imperatore, Villa Adriana a Tivoli, e il successo, la capacità di toccare nel profondo con la sua poesia gli spettatori, hanno fatto sì che oggi conti oltre 900 repliche in tutta Europa con centinai di migliaia di spettatori. «Una ripresa che mi sento di dedicare alla Grecia in questo momento grave per loro e per noi tutti che amiamo l’Europa, quell’Europa che speravamo fosse delle culture e che invece è stata delle banche – dichiara Scaparro -. Come ha detto il nostro Presidente del Consiglio, è puntando sulla cultura e sulla scuola che si può costruire una via d’uscita alla realtà di questi anni. L’incredibile è che la Yourcenar questo lo avesse ben chiaro e lo abbia messo in bocca al suo Adriano, che cita persino il suo mausoleo. E ieri sera gli spettatori se ne sono ben accorti». Scaparro fa riferimento a un passo recitato da Albertazzi: «La mia prima patria sono stati i libri. In minor misura le scuole. Ho voluto bene ad alcuni dei miei maestri, mi sono stati cari quei rapporti stramente intimi e stranamente allusivi che si stabiliscono tra insegnante e alunno…. Il più grande seduttore, in fin dei conti, non è Alcibiade, è Socrate, Socrate era greco. Quasi tutto quello che gli uomini hanno detto di meglio è stato detto in greco, tutto quello che ciascuno di noi può tentare di fare per nuocere ai suoi simili o per giovare loro, è già stato fatto, almeno una volta, da un greco. L’impero che ho, l’ho governato in latino, in latino sarà inciso il mio epitaffio sulle mura del mio mausoleo in riva al Tevere, ma in greco ho pensato, in greco ho vissuto. Antinoo era greco». «Quel che mi impressiona veramente – aggiunge il regista – è ogni volta l’attualità del tutto e la fiducia nella storia dell’uomo che ha la Yourcenar, che ad Adriano fa dire che se anche un giorno i barbari si impadroniranno dell’impero del mondo, alla lunga finiranno per assomigliarci, magari dopo aver rotto le statue, come accade oggi non lontano da noi, ma con qualcuno che poi le ricostruirà, che riallaccerà il legame con le radici». Albertazzi invece spiega che la sua vita, negli anni, si è legata «in modo quasi magico» a quella di Adriano: «È un rapporto che è cresciuto con l’età. Quando è iniziato nel 1989, io avevo l’età che ha Adriano nel romanzo, ma le sue riflessioni con la coscienza di stare per morire le sento sempre di più come mie. Poi dette lì, nel mausoleo da lui costruito. Per questo recitare Adriano non mi stanca mai. È un pò come Amleto, ma meglio, perchè il principe danese è stato scritto da un attore per diventare parola anche meccanicamente nella bocca di un altro attore, mentre il personaggio della Yourcenar è sempre vivo, non riesco a dirlo meccanicamente, ogni volta attraverso lui parlo di me, puntando al suono della parola e cercando di arrivare al silenzio udibile».

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