| categoria: Roma e Lazio

“Traditi dalle istituzioni”, rabbia anti immigrati a Roma

Rabbia e paura. Senso di tradimento da parte delle istituzioni. Il timore che con l’arrivo di una piccola comunità di migranti in questa «isola senza servizi» all’estrema periferia nord di Roma aumentino i furti e che cresca l’insicurezza, quantomeno quella percepita. Per cui no, il centro di accoglienza per i migranti «non è sostenibile». I residenti di Casale San Nicola non cedono d’un passo: «Non molleremo» spiegano i loro portavoce dopo una mattinata di guerriglia, afa asfissiante e roghi di balle di fieno. Anzi, rilanciano. Cercano appoggi politici, sono pronti a lanciare un appello al ministro dell’Interno Angelino Alfano perchè interceda presso il prefetto Franco Gabrielli, gli faccia cambiare idea. Si rivolgono al M5s, lanciano ami al leader della Lega Matteo Salvini. Oggi, al presidio finito in tafferugli, accanto a loro c’erano i neo-alleati romani del Carroccio, i ‘nerì di Casapound. I residenti minimizzano il loro ruolo: «Sono venuti senza bandiere – affermano – e se sono intervenuti è stato a difesa e non prima della carica. So che rischiamo di venire accomunati a loro, ma è un mezzuccio». Casapound li sostiene da mesi per impedire, afferma un dirigente, che «l’ex scuola Socrate venga utilizzata come centro d’accoglienza per rifugiati, mettendo a rischio la vita quotidiana delle 250 famiglie che vivono qui, alle quali non solo non è stato chiesto nessun parere ma nemmeno è stata data alcuna garanzia di sicurezza». ‘Sicurezzà, ecco la parola che funziona in questo lembo all’estrema periferia nord di Roma, lungo la Cassia. Ma Casale San Nicola non è Tor Sapienza. Non è una periferia sovraccarica, esausta. Piuttosto, una lunga strada semi asfaltata che si inoltra verso la campagna, fratturata dalle radici di due filari di pini antichi su cui s’affacciano grandi cancelli di ville, casali, maneggi, rari incroci silenziosi, suono di palle da tennis. Vi vivono, sono i loro portavoce a dirlo, «nobili, borghesi e contadini». Isolati, però. «Non c’è illuminazione, la polizia non passa, e d’inverno già alle 16 è buio» spiegano i residenti. Che si sono organizzati: «Tutti – spiega un giovane – hanno le inferriate, i cani. Qualcuno anche la pistola». Parlano di «furti in casa uno per notte, ma sono calati del 50 per cento da quando c’è il presidio». Nessun razzismo, giurano: «Siamo cittadini italiani che hanno subito un sopruso in una loro proprietà». La ex scuola è circondata da un presidio permanente di poliziotti. Per i residenti avrebbe al massimo dovuto ospitare donne e bambini, «non 100 adulti in un contesto che non offre nulla». Uno stabile bello, e ambito. Accanto, indipendente dalla protesta di questi giorni, è sorta da qualche settimana una piccola tendopoli sotto i colori del movimento ‘Nessuno tocchi il mio popolò. Vi vivono 30 persone, di cui 8 bambini, si definiscono «profughi italiani». Vorrebbero che lo stabile fosse assegnato a loro, altrimenti, afferma una donna, «di quale paese dobbiamo chiedere la cittadinanza, per ottenerlo?». La polizia offre loro bottiglie d’acqua, mentre presidia la nuova casa dei 19 migranti arrivati oggi. Possono uscire, non sono reclusi. Chissà quando, e se, metteranno il naso oltre il muro delle camionette.

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