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Tour de France, Quintana attacca: Froome trema ma si salva

Persino la sfinge di Nairo Quintana lascia spazio ad una maschera di sofferenza e speranza nel momento della verità. Il colombiano aspetta l’O.K. Corral dell’Alpe d’Huez per dare la spallata a Chris Froome. Unica, violenta. Non fa saltare il banco perché il keniano bianco ha la fortuna di ritrovare efficiente la squadra. Lo salvano Poels e Porte, i suoi punti di luce in un tunnel che tende a incupirsi: la maglia gialla stavolta non mette il frullatore, avanza ingobbita, scomposta e soprattutto terrorizzata di buttare al vento una vittoria da tutti data per certa. Centocinquantotto secondi di divario: Quintana ne recupera 84 e inaugura un doppio rimpianto. Il primo è di aver messo tardi il granellino di sabbia nell’ingranaggio del britannico. Il secondo è di non aver vinto una tappa. Anche sull’Alpe d’Huez, come nel giorno precedente, deve accontentarsi del secondo posto. Il primo lo conquista uno splendido Thibaut Pinot: aveva sicuramente ‘rosicato’ quando Bardet (l’altro galletto di Francia con il quale aveva condiviso la fregatura di Mende) si era iscritto nel libro dei vincitori. Stavolta si prende soddisfazione doppia: l’Alpe d’Huez vale più di una classica.

Non riesce nell’assalto al podio Vincenzo Nibali. Una foratura lo attarda nei primi metri dell’Alpe D’Huez. Capita proprio quando Quintana dà la prima rasoiata, sale da campione ritrovato ma riprendere i big e poi fare la differenza era oggettivamente impresa improba. Va comunque onestamente ammesso che Valverde era in buona giornata, si è gestito bene, è arrivato alla ruota di Froome: anche senza foratura a nostro avviso Nibali non avrebbe scalzato l’asturiano. “Quando sono rimasto indietro c’è stato un momento in cui vedevo il plotone della maglia gialla -spiega lo Squalo-, poi però c’era anche un po’ di vento contrario e non sono riuscito a rientrare”.

Dunque Froome se la vede brutta. Del resto, mai fidarsi delle tappe corte ma con tanta salita. La penultima del Tour misura appena 110 km: ci sono però i 29 km del Col de La Croix De Fer e soprattutto i ventuno tornanti dell’Alpe D’Huez. Per rafforzare il concetto rispolveriamo il Giro d’Italia del 1982: Silvano Contini aveva vinto a Boario Terme spodestando niente meno che Bernard Hinault. Il Tasso ci dormì su, ma il giorno dopo si presentò alla partenza -lui e tutta la squadra- mezzo stravolto da un durissimo lavoro di riscaldamento. Contini si aspettava un approccio più tranquillo, ma la Renault del Bretone scatenò subito l’inferno verso Montecampione: solo 85 km bastarono per ribaltare il Giro.
La montagna degli olandesi. Chiamano così l’Alpe d’Huez per una serie di imprese orange consecutive: le firmarono Joop Zoetemelk (eterno secondo o quasi, un Tour riuscì a conquistarlo), Hennie Kuiper (che vinceva poco ma vinceva benissimo) e Peter Winnen. Lanciamo una petizione per chiamarla montagna degli italiani. In fondo l’impresa più leggendaria resta quella di Fausto Coppi nel 1952, ma come dimenticare le doppiette di Marco Pantani e Gianni Bugno e l’imprese di Roberto Conti e Beppe Guerini, l’ultima nonostante un fotografo buontempone che scaraventò a terra il popolare Turbo.

Torniamo ai giorni nostri, con la resa dei conti sull’ultima salita. Sulla Croix de Fer la Movistar fa un attacco ad uso e consumo delle telecamere. Parte Valverde, apre la pista per la stoccata di Nairo Quintana che non tarda ad arrivare. Ma c’è poca convinzione: Froome è nervoso fuori gara (vedere insulti peraltro ingiustificati a Nibali), ma sulla strada è di ghiaccio. Con calma recupera. Piace anche lo Squalo: quando parte Valverde non cade nel tranello di andarlo a prendere, si sposta platealmente invitando la maglia gialla a fare lo sceriffo. Poi l’Alpe d’Huez. Di Nibali abbiamo detto: fora e si ‘contenta ‘di salire con un fuoriclasse di nome Alberto Contador. L’attacco di Quintana è di quelli che esaltano: la voce della montagna (in 14 km ci saranno state un milione di persone) è tuonante ogni volta che il colombiano rilancia l’azione. Sembra di sentire qualche ‘bu’ quando Froome si difende. Comunque alla fine i verdetti sono inappellabili: Pinot, e la Francia trova un altro pezzo di futuro. Froome, ed arriva una doppietta dopo il successo del 2013. Quintana: il più forte in salita, che rimpianto in un Tour senza crono. Nibali: la classe non è acqua, giù dal podio ma è nell’ultima settimana è quello che è piaciuto di più.

“E’ stata una tappa durissima, non solo per me: sono molto stanco, è come se avessi affrontato una frazione lunga 300 chilometri. Ringrazio la squadra per il lavoro, oggi Porte è stato grandissimo. Questa vittoria al Tour mi ripaga per i sacrifici che ho dovuto affrontare, per le settimane che sono stato costretto a restare lontano da casa”, ammette Froome.
“Non sono certo mancati i pericoli per me, ho pensato solo a spingere sui pedali e a dare il massimo fino all’arrivo. Con questa corsa ho grande feeling, per questo ci tenevo a vincere e mi sono preparato al meglio, senza tralasciare alcun dettaglio”.

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