| categoria: sanità

Cassazione, stop all’anarchia in sala operatoria

Stop alla responsabilità ‘parcellizzata’ dei medici che, in sala operatoria, commettono sbagli che provocano la morte dei pazienti. La Cassazione ha messo ordine nella catena di comando dei team medici e ha stabilito che il capo dell’eguipe non deve assecondare – come uno spettatore «inerte» – le scelte di esecuzione, anestesia compresa, fatte dagli altri camici bianchi ognuno per il suo ‘tratto’ di competenza specialistica. Deve, invece, avvalersi del suo ruolo di coordinamento gerarchico e bloccare tutto quello che gli sembra sbagliato, travolgendo gli ‘steccati’ delle competenze e mettendo al bando «l’anarchia». Esprimendo questa posizione la Suprema Corte – sentenza 33329 – ha condannato in via definitiva, per omicidio colposo, un chirurgo, primario all’ospedale calabrese di Vibo Valentia, che non aveva interrotto il proposito dell’anestesista di addormentare una paziente adolescente, Eva R., con un metodo del tutto controindicato rispetto alla patologia. Per il dissenso, in sala operatoria c’era stato un acceso diverbio e anche gli altri medici che si erano occupati della ragazzina – tutti assolti dai supremi giudici che hanno ritenuto irrilevanti le loro mancanze, che pure ci sono state – avevano manifestato contrarietà seguendo drammaticamente l’intervento, dal vetro separatore, fuori dalla sala operatoria. Eva R., che peraltro non aveva nemmeno urgenza di essere sottoposta ad intervento dal momento che riusciva a respirare da sola con un buon livello di ossigenazione, morì il cinque dicembre del 2007, dopo tre giorni di ricovero, perché l’ascesso che aveva in gola, e che i farmaci non riuscivano a sfiammare, avrebbe dovuto essere operato con un’anestesia locale – secondo incontestata prassi medica – e non con quella generale, seguita da intubazione in sequenza. Il curaro provocò l’immobilismo respiratorio e l’edema rese impossibile l’intubazione. Inutile la tracheotomia, disperata, tentata dal primario Domenico S. che è stato condannato non per l’imperizia del gesto operatorio, ma per essersi rimesso alla volontà dell’anestesista pur sapendolo in errore. Con un altro verdetto, gli ‘ermellini’ – sentenza 33330 – hanno condannato anche Francesco C., l’anestesista che ha scelto l’abbreviato e che aveva già un’altra pendenza sanitaria. «Aveva la responsabilità primaria della gestione dell’anestesia – scrive l’alta Corte – e mancò di prendere in considerazione le insistite perplessità manifestategli proprio dal capo dell’equipe a proposito dell’anestesia curarica». Ad avviso della Cassazione, «il lavoro di equipe vede la istituzionale cooperazione di diversi soggetti, spesso portatori di distinte competenze: tale attività deve essere integrata e coordinata, va sottratta all’anarchismo. Per questo assume rilievo il ruolo di guida del capo del gruppo di lavoro. Costui non può disinteressarsi del tutto dell’attività degli altri terapeuti, ma deve al contrario dirigerla, coordinarla». E quando l’errore degli altri componenti dell’equipe «è riconoscibile perché banale o perché coinvolge la sfera di conoscenza del capo equipe, questi non può esimersi dal dirigere la comune azione ed imporre la soluzione più appropriata, al fine di sottrarre l’atto terapeutico al già paventato anarchismo». Giungendo anche a bloccare l’intervento.

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