| categoria: Il Commento

La questione meridionale

di Maurizio Del Maschio
Delle smargiassate del Presidente del Consiglio occorre occuparsi in separata sede, perché necessitano di una riflessione adeguata, ma su una delle estive sentenze renziane vale la pena di soffermarsi: Basta piagnistei. Per il prossimo settembre il PD è chiamato ad elaborare un piano generale (ma a Renzi, pur non padroneggiandolo, piace l’Inglese e preferisce usare il termine ”masterplan”) per il mezzogiorno. Il ragionamento renziano non fa una grinza: se oggi il PD è al potere tanto nel governo centrale quanto in tutte le regioni del sud, ha il compito morale di risolverne i problemi, altrimenti sprecherebbe un’occasione d’oro e pagherebbe per decenni l’incapacità di cogliere una simile occasione. Ma se il “masterplan” è chiamato a farlo il PD con tutte le sue lacerazioni stiamo freschi, soprattutto se sono i meridionali del PD. La tanto sbandierata “questione meridionale”, come la più recente e di segno opposto “questione settentrionale”, etichettano fenomeni molto diversi fra loro. Di “questione meridionale” si cominciò a parlare nel 1861, subito dopo l’unità d’ Italia, quando ci si rese conto delle evidenti differenze fra il nord e il sud del Paese. Il nord era più moderno, ricco e industrializzato, più alfabetizzato, caratterizzato da una società più aperta e innovativa, più in linea con quanto stava accadendo nel resto dell’Europa. Il sud era più arretrato su tutti fronti, ma la politica di quegli anni non tenne conto
delle differenze. Dopo la morte di Camillo Benso conte di Cavour in Italia prevalse la corrente accentratrice a dispetto delle idee federaliste di Carlo Cattaneo. Si vararono sbrigativamente norme uniformi riguardanti il sistema fiscale, il liberismo negli scambi e la legislazione civile e penale del Piemonte sabaudo fu estesa a tutto il regno. In tal modo il sud si ritrovò a subire una pressione fiscale che non era in grado di sostenere e il regime liberistico travolse quella timida industria manifatturiera che era iniziata sotto la monarchia borbonica.
Le misure economiche esasperarono le classi sociali più basse (e numerose) che divennero sempre più povere. Oppresso dalla fame, il popolo, soprattutto quello delle campagne, sconvolto dall’aumento delle tasse e dei prezzi sui beni primari e costretto alla leva obbligatoria, cominciò a ribellarsi, sviluppando un profondo rancore verso il nuovo regime e soprattutto verso gli strati sociali indigeni che si avvantaggiarono degli avvenimenti politici riuscendo ad ottenere cariche, impieghi e lauti guadagni. Il resto è conseguenza nota: il brigantaggio e la sua brutale repressione, l’emigrazione oltreoceano di grandi masse di diseredati, gli sporadici tentativi del fascismo di bonificare e modernizzare un territorio da troppo tempo abbandonato. In quei difficili anni si assistette ad u n’emigrazione senza precedenti, soprattutto verso l’America, ma il flusso migratorio si esaurì intorno agli anni Venti del XX secolo, quando gli Stati Uniti bloccarono l’accesso indiscriminato degli emigranti.
La prima guerra mondiale contribuì fortemente ad accrescere il divario tra nord e sud. Le pressanti esigenze belliche determinarono un’accelerata espansione dell’industria pesante (armi, macchine da guerra, navi, ecc.) localizzata nel Settentrione e il Meridione non entrò in tale circuito. Il secondo dopoguerra rappresentò per il Mezzogiorno un momento di profonda svolta. Intorno al 1950 si definirono alcune linee di intervento per il sud, fra cui una riforma agraria e l’istituzione di una Cassa per il Mezzogiorno. Si ritenne necessario pure un intervento diretto promuovendo e realizzando alcuni grandi impianti industriali ad opera di enti parastatali. I risultati dell’azione della Cassa e di tutta la politica speciale successiva non furono quelli sperati, pur essendo innegabile un processo di sviluppo che, specialmente negli anni Sessanta, avviò una fase di trasformazione della società meridionale. Inoltre, negli anni Cinquanta riprese la grande emigrazione interrottasi alla fine degli anni 1920, questa volta diretta verso l’Europa occidentale e l’Italia settentrionale. Le regioni meridionali beneficiarono di un significativo mutamento delle condizioni sociali e del livello di vita.
A metà degli anni Ottanta sembrò che la “questione meridionale” fosse avviata a soluzione, ma in realtà al crescente sviluppo di alcune zone corrispose un abbandono generale delle campagne che assumeva tutti i caratteri di una vera e propria destrutturazione economica e sociale, a malapena compensata da una politica di assistenza sociale e da un’artificiosa diffusione di occupazione pubblica, scarsamente produttiva. Ciò innescò un processo di parassitismo lassista ancora oggi diffuso. Nel 1986 la Cassa per il Mezzogiorno fu sostituita da un’Agenzia per la promozione dello sviluppo nel Mezzogiorno, concepita secondo criteri più snelli, ma gli esiti non furono migliori e alla fine fu anch’essa soppressa.
Credo che la “questione meridionale” abbia radici più complesse di quelle che normalmente sono individuate e non si esauriscono nell’aspetto economico, anzi, questo ne è una conseguenza. So di irritare più di qualcuno, so di essere sbrigativamente tacciato di “razzismo”, ma queste sono considerazioni degli sciocchi o degli interessati e non me ne curo. Amo il Meridione e lo vorrei all’altezza del suo passato, della sua storia, ma, anziché piangersi addosso, anziché aspettare sempre che qualcuno l’aiuti, dovrebbe esaminarsi, emendare i propri difetti e ridare slancio alle proprie virtù. La mentalità fra nord e sud è, purtroppo, ancora molto diversa. Basti pensare alla diversa reazione alle calamità naturali, in parte, ma solo in parte, giustificata dalla differenza di risorse.
Il Meridione deve mutare mentalità, deve capire di doversi rimboccare le maniche, di dover considerarsi una risorsa insostituibile per la propria crescita. La mentalità è rimasta quella greca delle colonie. Alcuni pionieri arrivavano in terre lontane dalla madrepatria e vi si installavano. Poi chiamavano altri a rinforzare le colonie in una sorta di catena di santantonio ante litteram. Così succede anche ora. Soprattutto Roma è la mecca del sud. È una città meridionalizzata, anche nella mentalità. Meglio un posto pubblico (un posto, non un lavoro), remunerativo e non stressante, con progressioni di carriera e di emolumenti inconcepibili nel privato. Se si fa un censimento della massa di lavoratori della Pubblica Amministrazione a tutti i livelli centrale e locale, si ha la cartina di tornasole del fenomeno. La Rai, il grande carrozzone radiotelevisivo, i ministeri, le forze armate e di polizia, gli enti pubblici centrali e locali, sono veri e propri stipendifici dove, soprattutto al sud, si dà lavoro ad una pletora di dipendenti di gran lunga esuberante rispetto alle effettive necessità. Ciò costituisce lo specchio dell’arretratezza di un Paese, non un suo punto di forza. Per non dire delle varie dinastie che si riscontrano ovunque, dal momento che ai padri succedono i figli. Al sud si deve incentivare la propensione al rischio, alla fatica, alla competizione sana per far emergere non chi è figlio di persone influenti o ha la accomandazione più forte per i legami familiari e di amicizia, ma chi ha maggiori talenti. Altrimenti, si rischia una sorta di consorteria mafiosa con il rischio che anche il nord si contamini e allora, addio Italia.
In ciò consiste la vera “questione meridionale”. Non sono i soli aiuti a far crescere il sud, ma la propria iniziativa ad usare saggiamente gli aiuti che, in tutti questi decenni, sono stati erogati a profusione senza apprezzabili risultati. È immorale emergere con l’uso della fantasiosa furbizia (Nun so fesso, ma faccio ‘o fesso, pecchè facenno ‘o fesso, te faccio fesso), ma con l’uso sapiente delle proprie energie. Senza questa metamorfosi, senza questo cambio di mentalità la malavita continuerà a prosperare, il sud non cesserà di sprofondare e il divario con il nord crescerà ancora. A ciò è chiamata la politica: a creare le condizioni per un cambio di mentalità, non a crearsi clientele elettorali fonte di corruzione. Aspettiamo al varco il giovane, ciarliero ed inesperto Presidente del Consiglio.

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