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La Cina svaluta ancora lo yuan, vendite sulle Borse Ue. Crolla il petrolio

La Cina manda al tappeto i mercati del Vecchio continente. A sorpresa Pechino ha svalutato di nuovo lo yuan, dopo un primo taglio della valuta – del tutto inatteso – avvenuto ieri: in sostanza la Banca centrale cinese ha tagliato il cambio contro il dollaro di oltre il 3,5%. Prosegue quindi la guerra delle monete: immediata la reazione dei mercati europei che dopo il crollo della vigilia riaprono la seduta all’insegna delle vendite: Piazza Affari perde il 2,5%, Londra l’1,2%, Francoforte l’1,8% e Parigi l’1,6%. Ieri sera a Wall Street il Dow Jones ha perso l’1,21%, cancellando gran parte dei guadagni di lunedì.

E mentre si levano le proteste dal mondo occidentale per il susseguirsi di azioni unilaterali di Pechino, il governo cinese si giustifica spiegando la necessità di intervenire a sostegno della ripresa economica del Paese. D’altra parte l’industria manifatturiera mostra segnali di rallentamento (+6% a luglio, al di sotto delle stime) come l’export e le vendite al dettaglio cresciute “solo” del 10,5%. Un tesi sposata anche dal Fondo monetario internazionale che ha salutato positivamente la doppia svalutazione dello yuan definendo l’operazione come un allineamento ai mercati di tutto il mondo.

C’è forte tensione, soprattutto per il mercato del lusso e della moda che vede l’Italia protagonista rispetto alla politica economica cinese: Pechino aveva, infatti, annunciato l’intenzione di aiutare la transizione da un’economia legata all’export a una sostenuta dai consumi interni, una strategia che pare adesso di nuovo cambiata. Secondo l’Fmi, però, una maggiore flessibilità nei tassi – che prima erano ancorati al dollaro – consentirà a Pechino una rapida “integrazione nei mercati finanziari globali”. A risentirne sono anche le materie prime: non si arresta infatti la caduta del prezzo del petrolio dal momento che la Cina è il secondo importatore mondiale, ma la valute debole a fronte del dollaro rischia di ridurne gli acquisti: il greggio Wti cede lo 0,5% a 42,89 dollari dopo che ieri era scivolato di oltre il 4% toccando i minimi degli ultimi 6 anni. Nuovo calo anche per l’oro: il metallo prezioso a consegna immediata scende dello 0,4% a 1.103 dollari l’oncia.

E ciò porta alcuni analisti a credere che la Federal Reserve abbia adesso una buona ragione per non iniziare ad alzare i tassi di interesse Usa – per la prima volta dal 2006 – nella riunione del mese prossimo. Altri sottolineano, invece, come la Banca centrale americana sia più focalizzata sul mercato del lavoro Usa e dopo il rapporto sull’occupazione di luglio in linea alle stime, sarà determinante quello di agosto che arriverà giusto un paio di settimane prima del meeting del 16 e 17 settembre.

L’euro per il momento resta alla finestra e quota sopra 1,10 contro il dollaro, mentre calano ai minimi da sei anni il dollaro australiano e quello neozelandese. Deboli anche le monete di Indonesia e Malesia. A dimostrazione che la guerra delle valute – almeno per il momento – colpisce soprattutto Asia e Oceania (anche il Vietnam ha svalutato il dong per non perdere competitività nei confronti della Cina). La moneta unica europea passa di mano a 1,1087 dollari.

Nessuna reazione, invece, sui titoli di Stato italiani che preferiscono concentrarsi sull’accordo tra la Grecia e i creditori internazionali che potrebbe sbloccare entro settimana prossima il nuovo piano di aiuti da 86 miliardi di euro: lo spread è stabile in area 115 punti base, ma i Btp decennali sul mercato secondario rendono l’1,75% ai minimi da inizio maggio.

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