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Il “califfo” dell’Isis ha stuprato e poi ucciso Kayla, ostaggio Usa

Stuprata dal ‘Califfo’ e poi uccisa: emerge un altro terribile capitolo sulla drammatica vicenda di Kayla Mueller, la giovane cooperante americana rapita dall’Isis in Siria nel 2013 e poi uccisa a febbraio. Lo Stato islamico ha tentato di usare il suo cadavere in chiave propagandistica: prima affermando che la ragazza, 26 anni, era morta per colpa di un raid dell’aviazione giordana, quando Amman reagì con forza alla barbara uccisione del pilota Muath al Kassesbeh, bruciato vivo e immortalato in un video dell’orrore. Poi inviando le foto del cadavere alla famiglia, almeno tre immagini. In una sul volto di Kayla si notavano alcuni lividi ed ematomi, insomma non le ferite tipiche di chi muore sotto un bombardamento. Quei lividi erano probabilmente opera proprio di Abu Bakr al Baghdadi. Il ‘Califfo’, che l’aveva scelta come moglie e la costrinse ad avere rapporti sessuali, «ripetutamente». La denuncia arriva da una ragazzina di 14 anni, una yazida, anche lei schiava sessuale dei jihadisti che è poi riuscita a fuggire. Era detenuta assieme a Kayla. L’intelligence americana ha raccolto altri indizi, che confermano le accuse, e a giugno ha informato i due genitori, Carl e Marsha Mueller. La notizia che la cooperante statunitense era stata in «sposa» a un leader jihadista è emersa poco dopo la sua morte, ma nessuno aveva mai fatto il nome del ‘leader supremo’ dell’organizzazione Baghdadi. La giovane era tenuta prigioniera da Abu Sayyaf e dalla moglie Umm Sayyaf: lui, considerato il ‘tesoriere’ dell’Isis e responsabile della vendita del petrolio è stato ucciso in un raid a giugno. Lei è stata catturata e consegnata alle autorità del Kurdistan, dove si prepara un processo che si prevede la sbatterà in cella «per lungo tempo». Negli interrogatori ha confermato lo stupro dell’ostaggio Usa. La storia di Kayla Mueller ha tenuto col fiato sospeso tutta l’opinione pubblica americana e occidentale. Per liberare lei e altri ostaggi occidentali gli americani tentarono un blitz di terra in Siria finito con un insuccesso. Il fidanzato, Omar Alkhani, un siriano, tornò nel Paese per strapparla dalle mani dei jihadisti dicendo che era sua moglie. Riuscì a vederla – ha raccontato – ma la giovane nego’ che fosse suo marito per paura di metterlo in pericolo. La ragazza «poteva fuggire», ha rivelato Foreign Policy, «ma rimase in prigionia per aiutare un’altra occidentale, in cattive condizioni di salute. In una straziante lettera ai genitori, poco prima di morire scriveva »ho ancora molta forza dentro di me per lottare. Non sto crollando, non cederò, non importa quanto ci vorrà«. La sua tragica sorte è simile a quella di tante ragazze e ragazzine siriane, irachene, libiche. Un vero e proprio »bazar delle schiave del sesso«, in taluni casi costrette a operarsi per tornare vergini, ha denunciato l’Onu. Le ragazze yazide, rapite a centinaia in Iraq, hanno denunciato che »gli emiri dell’Isis venivano ogni giorno e sceglievano una ragazza. C’erano anche bambine di 12 anni«. Una di loro ha raccontato di essere passata per le mani di un miliziano turcmeno, quindi di un ‘emiro’, che l’ha ‘regalata’ a un amico ceceno. Gli attivisti di Raqqa hanno scritto che i jihadisti sono »malati di sesso«, protagonisti di atti »brutali«. E proprio una »schiava« e’ il premio che l’Isis nell’est della Libia ha messo in palio per i primi tre classificati di un concorso di recitazione di versetti coranici.

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