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Falliti i colloqui nella coalizione, Turchia a un passo dal voto

La Turchia è a un passo dal ritorno alle urne. Dopo un mese di trattative, il premier incaricato Ahmet Davutoglu alza bandiera bianca e riconosce che «non c’è spazio per fare un governo insieme» ai socialdemocratici del Chp, seconda forza in parlamento dopo il voto del 7 giugno. A 10 giorni dalla decadenza formale del suo mandato, il leader dell’Akp getta la spugna e rimette il destino della Turchia nelle mani del presidente Recep Tayyip Erdogan. Da cui, secondo gli analisti, in realtà non è mai sfuggito. Dopo l’esito deludente delle urne, da cui per la prima volta in 13 anni non era uscita una maggioranza sufficiente a formare un governo monocolore del suo partito, Erdogan non si è mai rassegnato a una coalizione che avrebbe messo la parola fine ai suoi progetti di presidenzialismo, relegandolo a un ruolo solo simbolico. Il ritorno al voto, che Davutoglu ha definito «molto probabile» e ormai «la sola opzione rimasta», è una sua vittoria. Adesso però la Turchia dovrà capire come arrivarci. Una data, ha detto Davutoglu, va fissata «nel più breve tempo possibile». L’ipotesi è che si voti a novembre, e qualcuno ipotizza già il giorno: il 22, una settimana dopo il G20 di Antalya. Più di tre mesi in cui il Paese dovrà affrontare senza un governo eletto la sua «guerra sincronizzata al terrorismo» contro l’Isis e il Pkk. Gli scontri con i guerriglieri curdi, che hanno già fatto decine di vittime su entrambi i fronti, sono ormai quotidiani. Un’instabilità già punita dai mercati, con la lira turca crollata ai minimi storici contro euro e dollaro e la borsa di Istanbul in calo. «L’Akp ci ha proposto un governo elettorale, non una coalizione», e in alternativa solo un appoggio esterno, ha accusato il leader del Chp, Kemal Kilicdaroglu. Che invece puntava a un «governo di alto profilo» e di legislatura. Così, ha detto, «la Turchia ha perso un’occasione storica». Troppa la distanza tra i due partiti sulla politica estera neottomana, di cui proprio Davutoglu è stato l’ideologo, come sull’istruzione laica, fortemente indebolita negli ultimi anni. E, ovviamente, sul ruolo di Erdogan. Adesso Davutoglu busserà alla porta dei nazionalisti del Mhp, che hanno finora escluso di entrare in una coalizione ma potrebbero offrirgli il proprio appoggio esterno fino al voto per evitare un governo ad interim di unità nazionale, di cui farebbero parte anche i filo-curdi dell’Hdp. Un’ipotesi che comunque difficilmente verrebbe avallata da Erdogan. Del resto il leader curdo Selahattin Demirtas lo considera il vero «responsabile della violenza esplosa in Turchia» e oggi ha già rilanciato il suo slogan elettorale vincente: «Non ti faremo fare il presidente» in un sistema presidenzialista. I sondaggi, tornati nei giorni scorsi al centro della scena, indicano che la virata nazionalista contro i curdi avrebbe già fatto guadagnare all’Akp un paio di punti. Per tornare a governare da soli, però, potrebbe non bastare. Almeno finché l’Hdp riuscirà a entrare in parlamento.

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