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Latina, ira dei migranti Sikh: lavoriamo per 2 euro l’ora, ci hanno tolto il corso di italiano

Monta l’ira dei migranti Sikh: lavoriamo per 2 euro l’ora, ci hanno tolto il corso di italiano. Della disastrosa situazione determinata dal capolarato in Puglia si parla, di quando accade nel Pontino, dopo un sussulto parlamentare di qualche tempo fa solo silenzio. «Aspettavamo settembre sperando di vedere qualcuno arrivare ad appendere dei volantini con su scritto la data di inizio dei corsi di italiano, ma ancora non è venuto nessuno». A parlare è Dhillon, a capo del comitato degli indiani sikh, quelli con grandi turbanti colorati intorno alla testa. Fa parte di una comunità che risiede dagli anni ’80 a Sabaudia in un quartiere interamente dedicato a loro: Bella Farnia. Secondo le stime della Flai Cgil, l’intera comunità indiana pontina conta circa 12.000 persone, sebbene sia immaginabile un numero complessivo di circa 30.000 migranti. Questi stranieri sono grandi lavoratori: escono la mattina alle 6 in bicicletta e lavorano anche 12 ore nei campi, soprattutto sotto il sole. Sono gli schiavi della terra: «Guadagnano 2-3 euro l’ora contro i 9 che dovrebbero avere per legge – spiega Marco Omizzolo, responsabile dell’area studi e ricerche di In Migrazione – di fronte all’indifferenza generale».Alcuni di loro, per alleviare il dolore delle fatiche fisiche, prendono anche delle sostanze stupefacenti derivanti dall’oppio. «Ma sappiamo – spiega Dhillon – che portano alla morte».

Per loro il corso di italiano che si è concluso nel luglio 2015, dopo sei mesi, significava molto più di alcune lezioni di grammatica. Imparare la lingua «per i bambini – spiega Dhillon – vuol dire arrivare in classe e non essere già automaticamente emarginati. Per gli adulti vuol dire imparare a comprendere e a non farsi sfruttare. Mi ricordo che una volta – continua – un gruppo di persone camminava lungo il quartiere e veniva spiegato loro come prendersi cura dell’ambiente. Un’altra volta c’è stata una lezione di “accoglienza”: come stare insieme e fare una tazza di the».

Il progetto Bella Farnia, che è stato possibile grazie ad un finanziamento della Regione Lazio e ad un bando vinto dalla cooperativa In Migrazione, aveva il compito di fornire una serie di nozioni alla comunità che vive in condizioni di sfruttamento. Con il termine dopo sei mesi sono stati bloccati tutti i risultati raggiunti e la promessa di accompagnamento verso una vita migliore è rimasta inattesa. «In questo tempo – spiega Omizzolo – abbiamo insegnato agli indiani come si rinnova una patente o una carta d’identità ad esempio, come si iscrivono i propri figli a scuola o cosa significa la parola “sindacato”.

E non è tutto. Abbiamo fornito 80 consulenze legali, di cui circa una quindicina sono diventate vertenze vere. Il che significa che abbiamo costruito un rapporto di fiducia, che si è ora interrotto. Per la prima volta la nostra associazione si è costituita parte civile in un processo che si è aperto a Latina contro i datori lavoro che sfruttavano gli indiani, li pagavano 2-3 euro l’ora e gli chiedevano 1000 euro per ottenere i permessi di soggiorno. Basterebbero circa 80 mila euro all’anno perché riparta il progetto».

«E’ un danno – conclude Dhillon – non far ripartire il corso. Era un aiuto grosso. Per noi è importante avere una busta paga, non essere in nero e diventare cittadini italiani. Per poi, ad esempio, comprare anche una casa».

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