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Capo Al Qaida contro l’Isis, il califfo è un “usurpatore”

L’Isis non ha legittimità e il suo autoproclamato Califfo, Abu Bakr al-Baghdadi, è solo un «impostore» indegno: questo il contenuto di un nuovo messaggio video del leader di Al Qaida, Ayman al-Zawahri, nel quale il successore di Osama bin Laden riconosce tuttavia l’opportunità che le due fazioni jihadiste rivali collaborino in Siria e in Iraq contro i nemici comuni. Un video che però, secondo molti esperti, per i suoi riferimenti temporali tradirebbe il fatto di essere stato registrato almeno otto mesi fa. «Noi non riconosciamo il Califfato di Abu Bakr al-Baghdadi», dice al-Zawahri ripreso dal servizio media di Al Qaida. Secondo l’ex medico egiziano, l’autoproclamato Califfo non si è guadagnato affatto sul campo la propria legittimità, avendo ottenuto il sostegno alla sua carica solo da «pochi personaggi sconosciuti» e non da autorevoli leader religiosi. Una posizione, quella di al-Baghdadi, conquistata «con la forza e con l’esplosione delle autobomba» invece che attraverso «la scelta della gente» attraverso «l’approvazione e il confronto». Vecchio o no, il messaggio espone apertamente il conflitto latente fra Al Qaida e l’Isis, che ha avuto degli episodi sanguinosi sul fronte siriano, dove i militanti delle due fazioni si sono sparati e uccisi. Al-Zawahri se la prende con lo Stato islamico per non aver in alcun modo mostrato sostegno per quei musulmani sunniti che combattono per la jihad senza avergli prestato giuramento di fedeltà, come ad esempio Hamas. Dov’era il Califfo «quando Gaza bruciava sotto le bombe israeliane?», rimprovera il capo di Al Qaida. «Al-Baghdadi non ha speso una sola parola di supporto» per i fratelli palestinesi, ma «si è invece preoccupato solo che i mujaheddin gli dichiarassero la loro sottomissione». Le due organizzazioni non si sono affatto «passate il testimone»: Al Qaida, dalla cui «costola» irachena è pur nato l’Isis, è vivo e vegeto e, sebbene alcuni dei suoi rami, dalla Libia ad alcune fazioni talebane, siano passate sotto le bandiere nere dell’Isis, al network fondato da Bin Laden fanno capo tuttora importanti organizzazioni jihadiste: dallo Yemen, dove domina Al Qaida nella Penisola araba (Aqap), al Maghreb (Aqmi), dalla Libia all’Indonesia fino alla Somalia, dove operano gli Al-Shabaab. E anche in Siria, con il Fronte al-Nusra combatte parallelamente il regime di Bashar al Assad. Senza considerare che circa un mese fa al-Zawahri, nell’unico altro messaggio rilasciato nel 2015, ha ufficialmente riconosciuto la completa legittimità del nuovo leader dei talebani, il Mullah Akhtar Mansour, succeduto al carismatico Mullah Omar, che lo stesso Bin Laden riconosceva come leader spirituale, alla misteriosa morte di quest’ultimo. Un atto, quello di al-Zawahri, che, sebbene non specifichi se lo riconosca come emiro o come califfo, non ha tenuto conto delle divisioni in seno agli stessi talebani sulla legittimità della leadership di Akhtar, decisa senza consultare la «shura», il consiglio degli anziani. Al Qaida e l’Isis hanno strategie diverse: «attendista» e «clandestina» la prima, basata sul controllo politico-militare del territorio il secondo. La propaganda truculenta, trionfalistica e martellante dell’Isis sembra al momento pagare di più, facendo dello Stato islamico il vero polo d’attrazione di finanziamenti occulti e di tanti giovani musulmani in tutto il mondo. Ma per i leader di Al Qaida, il cui fine ultimo è l’alba di un Califfato globale, quello proclamato in Siria e Iraq è prematuro e, sebbene attrattivo, fondato sull’argilla, sul mero uso del terrore e della violenza e non del consenso. Fondato quando la strategia jihadista di lungo termine non ha ancora dato i suoi frutti, non ha unito tutti i musulmani, e quando i «nemici dell’Islam» sono ancora forti. Tuttavia al-Zawahri tende al rivale una mano, se non un ramoscello d’ulivo: «Malgrado i loro clamorosi errori, se fossi in Siria o in Iraq collaborerei con loro a uccidere i crociati, i laici e gli sciiti, anche se non riconosco il loro stato, perché si tratta di una materia più grande di tutto questo». Per alcuni esperti americani interpellati dalla Cnn, l’apparente «buona notizia» che i nemici si combattono fra loro come gang criminali rivali nasconde in realtà un’insidia maggiore per gli Usa: le due fazioni della jihad saranno d’ora in poi incentivate a primeggiare l’una sull’altra…con conseguenze immaginabili.

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