| categoria: salute

La sepsi uccide 60mila italiani all’anno

Un morto nel mondo ogni pochi secondi, con 60 mila decessi all’anno soltanto in Italia e costi ospedalieri raddoppiati in 10 anni fino ai 20 miliardi di dollari spesi annualmente negli Usa. Sono i numeri della sepsi, super-infezione che in Europa supera per incidenza l’infarto e alcuni tumori. In occasione della Giornata mondiale contro la malattia, che si celebra oggi 13 settembre, gli esperti lanciano un appello ad «aumentare l’informazione e la prevenzione contro il male oscuro». L’azienda Biotest e la Siaarti (Società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva), insieme a un gruppo di medici italiani attivi in diversi ospedali nella ricerca contro la sepsi, lanciano l’allarme e si impegnano per una campagna diretta al pubblico e ai media. Coordinatore del progetto Massimo Girardis dell’università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, medico dell’azienda ospedaliera universitaria di Modena e coordinatore del Gruppo di studio Siaarti per infezioni e sepsi: «Vogliamo soprattutto mettere in luce l’importanza della prevenzione nei confronti della sepsi, che nelle forme più gravi fa registrare una mortalità ospedaliera del 40-60%», spiega lo specialista. Per contrastare la patologia «sono determinanti pratiche semplici di igiene generale apparentemente scontate, ma in realtà fondamentali, come il lavaggio delle mani, i miglioramenti dei servizi igienico-sanitari. Queste precauzioni, insieme ai progressi della ricerca medica e scientifica, sono in grado di ridurre in modo assolutamente significativo i tassi di mortalità e incidenza: lo testimonia in particolare una ricerca pubblicata dal consorzio delle terapie intensive australiane e neozelandesi, che dimostra quanto le strategie terapeutiche proposte in questi anni abbiano favorito una diminuzione dei decessi per sepsi severa dal 35% del 2000 al 18% del 2012. Tuttavia c’è ancora moltissimo da fare – avverte Girardis – soprattutto con un’informazione mirata al pubblico». Ma come si sta muovendo la ricerca farmacologica? «Lo sviluppo delle popolazioni batteriche resistenti agli antibiotici pregiudica sempre più la riuscita delle cure impiegate per combattere le infezioni – sottolineano Laura Lampugnani, Infection Desease Brand Manager, e Giovanni Iuppariello, Therapeutic Business Head di Biotest Italia – In più la possibilità di disporre di farmaci adeguati ha tempi di attesa molto lunghi. Si parla di 3-4 anni». «Attualmente una possibile strategia attuabile per arginare tale gap sembra risiedere nell’integrazione degli antibiotici con farmaci capaci di potenziarne l’efficacia – proseguono gli esperti – Ad oggi, sul fronte del trattamento delle infezioni, ci si basa sulla somministrazione combinata di antibiotici e sul rinforzo della loro azione tramite terapie immunologiche. In particolare l’utilizzo di soluzioni di IgM (immunoglobuline M) potrebbe favorire un potenziamento dell’efficacia degli antibiotici e un rafforzamento delle difese immunitarie». «A questo proposito – concludono – sono in corso alcuni studi per approfondire il meccanismo d’azione che spiega l’efficacia di tali preparati ed è in programma la stesura di un dossier di valutazioni circa la possibilità di adottare questi preparati biologici come strategie complementari per il contrasto delle immunoresistenze batteriche. In concreto, gli studi in corso sono orientati non solo a valutare il meccanismo di azione delle soluzioni IgM, ma anche a individuare i campi di applicazione clinica con maggiore chiarezza, e stimarne le performance all’impiego combinato con gli antibiotici». (

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