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MIGRANTI/ Il sindaco di Castel Volturno, convivenza pacifica ma bomba pronta ad esplodere

Un comune nel quale gli immigrati rappresentano circa la metà della popolazione. Intolleranza a parole ma tolleranza e convivenza nei fatti, rotta solo da rari episodi sporadici ma gravissimi, come la tristemente famosa strage del 2008 della quale, il 18 settembre prossimo, ricorrerà il settimo anniversario, e sempre legati ad azioni della camorra casertana. È un contesto, quello di Castel Volturno, che dà la sensazione di «essere seduto su una bomba pronta ad esplodere», secondo il quadro tracciato dal sindaco Dimitri Russo, eletto primo cittadino del comune casertano nel 2014 e qui residente da sempre.
Fino agli anni ’80 a vocazione turistico-balneare, negli ultimi vent’anni Castel Volturno è diventata il simbolo di un’immigrazione incontrollata priva di contromisure da parte delle istituzioni e in balia della criminalità organizzata, con le sole associazioni a cercare di mettere in campo un lavoro di mediazione culturale e accoglienza. La popolazione è di 25mila abitanti circa; sul territorio sono presenti circa 4mila immigrati regolari e si stima che siano oltre 10mila i clandestini, richiamati dalla possibilità di vivere in abitazioni dal fitto bassissimo, spesso seconde case inutilizzate e occupate abusivamente, nella quasi totale assenza di controlli da parte delle forze dell’ordine a causa della difficoltà di domare un territorio vasto che si stende lungo il litorale domizio, e dall’opportunità di lavoro nell’edilizia o nei campi nel vicino hinterland napoletano.
Per Russo Castel Volturno «è un caso da studiare, nel bene e nel male»; nonostante il rapporto stimato uno a uno, e un «clima di intolleranza apparente, alimentato anche dal fatto che è in aumento il fenomeno dei furti negli appartamenti abbandonati – spiega all’Adnkronos Russo – non si sono mai verificati fenomeni di intolleranza razziale». L’attrito è sfociato in rivolta nel caso della strage di Castel Volturno, il 18 settembre 2008, quando la fazione Setola del clan camorristico dei Casalesi fu autrice dell’omicidio di un italiano e sei immigrati africani, poi risultati del tutto estranei ad attività criminali; il giorno dopo la comunità africana inscenò una protesta presto sfociata in guerriglia urbana.

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