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Italiano ucciso a Londra, aveva rubato un Tiepolo

Ucciso, legato a un carrello da supermercato riempito di pesi e gettato in un canale che attraversa Regent Park, a Londra. È morto così Sebastiano Magnanini, 46 anni, un italiano con qualche precedente penale alle spalle, incluso il presunto coinvolgimento nel furto di un Tiepolo: vittima, secondo la polizia britannica, di un’oscura aggressione di stampo criminale consumata con ferocia, quasi a voler fare il verso alle vendette in stile film di gangster.
Il cadavere era riaffiorato già in avanzato stato di decomposizione il 24 settembre scorso, vicino al tunnel di Islington. Notato da un passante, venne poi recuperato, ma senza documenti indosso. E per l’identificazione, avvenuta grazie alle impronte digitali, ci sono voluti cinque giorni. Adesso quel corpo gonfio e martoriato ha un nome. Il nome di un connazionale che si era trasferito a Londra da non molto tempo dopo aver girovagato anche in terre di frontiera, fra Colombia, Thailandia e Cambogia. Il ritrovamento nella acque del Regent Canal, che collega il Grand Union Canal con il Tamigi, aveva fatto gridare inizialmente i tabloid locali al «giallo».

Ma la polizia ha privilegiato quasi a colpo sicuro la pista di un presunto agguato riconducibile alla criminalità comune. Pista imboccata sul fronte delle indagini sia con un appello pubblico rivolto subito a possibili testimoni, sia con gli accertamenti scientifici del caso. E alla fine anche con scambi d’informazioni con le autorità italiane.

Sul movente non ci sono comunque per ora elementi certi. Nè risultano al momento arresti. Qualcosa in più si è invece venuti a sapere della biografia della vittima. Veneziano d’origine, Magnanini aveva vissuto nel sestiere di Cannaregio prima di spostare il domicilio in Inghilterra qualche mese fa. Dal suo passato spuntano piccoli precedenti per reati legati alla detenzione di sostanze stupefacenti. L’unico fatto che lo aveva portato alla ‘ribalta’ della cronaca (nera) risale però al lontano 1993 in seguito al suo coinvolgimento in un clamoroso quanto maldestro furto d’arte, quello di un quadro del Tiepolo sottratto 22 anni fa dalla chiesa di Santa Maria della Fava, a Venezia. Secondo la denuncia dell’epoca, Magnanini e un complice si fecero chiudere di sera nel santuario all’insaputa dei frati, ma – pur potendo agire indisturbati – ebbero bisogno di un terzo complice, chiamato nottetempo, per portar via il dipinto: ‘L’Educazione della Vergine’, valutato allora circa due miliardi di lire. La tela fu staccata con un taglierino e trafugata senza troppe difficoltà grazie al fatto che la chiesa non era ancora dotata di sistemi d’allarme. Ma i tre ladri seminarono tracce ovunque lungo il percorso: si fermarono in un bar vicino alla chiesa per una bevuta, fumarono spinelli e, mentre fuggivano, fecero persino cadere per terra la tela, legata alla buona con lacci per scarpe.

L’opera venne poi recuperata nel giro di tre mesi dalla squadra mobile di Venezia in un magazzino di Tessera. E i tre improbabili ladri furono denunciati. L’indagine ebbe però una coda compromettente per la stessa polizia: la facilità del rinvenimento del Tiepolo innescò un’inchiesta della magistratura sul sospetto di collusione fra elementi della Questura e il sottobosco criminale locale: otto fra agenti e funzionari vennero infine assolti, ma due ispettori e un ex capo della mobile della città lagunare – riconosciuti colpevoli in appello – subirono pesanti condanne.

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