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Libia, Leon: “Pronto il governo di unità nazionale”

Fayez Serray di Tobruk, ex ministro della Casa in uno dei governi del dopo-Gheddafi, è stato proposto ieri sera dalle Nazioni Unite come il primo ministro nel “Governo di accordo nazionale” che dovrebbe far ripartire il processo di pace in Libia. L’annuncio è stato fatto a Skirat, in Marocco, dal mediatore Onu Bernardino Leon dopo una maratona negoziale con gli inviati dei parlamenti di Tobruk e di Tripoli, le due aree in cui si è diviso da più di un anno il paese.

Assieme a Serray l’Onu ha individuato i 3 vice-primi ministri che insieme al premier faranno parte del “Consiglio di Presidenza”, ovvero l’organismo di guida collettiva di un governo che sarà poi formato anche da altri ministri. I vice-premier sono diventati 3 per garantire una migliore rappresentanza delle varie regioni del paese: saranno Ahmed Maetiq (Misurata, membro del Gnc di Tripoli), Moussa Kony (Fezzan, indipendente) e Fatj Majbari (Cirenaica, in buoni rapporti sia con Bengasi che con Ajedabja, ma non fedele al generale Haftar).

Il Consiglio di Presidenza sarà formato anche da alcuni “ministri di Stato”, e le decisioni potranno essere prese a maggioranza, ma con l’assenso necessario del premier e di due vice-premier.

Leon ha negoziato per tutta la giornata di ieri, respingendo le richieste dell’ultimo minuto avanzate dalla fazione più estremista del blocco di Tripoli: l’intesa era stata accettata dai negoziatori il 21 settembre, ma ancora una volta in una delle due “capitali” della Libia (Tripoli) alcune fazioni erano insorte per chiedere ulteriori modifiche, tanto che fino a ieri tardi Tripoli non aveva ancora indicato i nomi di suo gradimento a Leon.

L’inviato Onu ieri per tutta la giornata ha confermato che l’accordo era ormai immodificabile: “Quello che posso dirvi è che la nostra impressione è che una grande maggioranza di libici, e questo include una grande maggioranza di Tripoli, è pronta a sostenere una soluzione pacifica, un accordo politico senza modifiche e un governo di unità”.

Il fatto che a Tripoli ci fossero resistenze dell’ultim’ora all’intesa è stato confermato per tutta la giornata dalle scorribande di alcune milizie contrarie all’intesa. Alcuni gruppi armati hanno eretto barricate nelle strade che portano alla Piazza dei Martiri, quella che durante gli anni di Gheddafi era la piazza verde della rivoluzione. Di fatto le milizie hanno impedito i lavori del parlamento di Tripoli che doveva votare per appoggiare l’intesa di Skirat. Ma in qualche modo la maggioranza del Congresso di Tripoli è riuscita a far arrivare il suo voto positivo agli inviati in Marocco. Oggi sicuramente a Tripoli ci saranno scontri e violenze da parte delle poche milizie che non accettano l’intesa. Bisognerà capire quanta forza avranno i gruppi che invece hanno deciso di accordarsi con la parte di Tobruk.

Intanto Leon ringrazia e si scusa: “Esprimiamo la nostra gioia perché c’è almeno una chance”, ha detto. “Troppi libici hanno perso la vita, troppi bambini e troppe madri sofferto. Secondo le agenzie Onu, 2,4 milioni sono in una grave situazione umanitaria. A tutti loro vanno le nostre scuse per non essere stati capaci di proporre prima questo governo”, ha aggiunto.

Il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, ha espresso soddisfazione per “l’importante passo avanti” e ha annunciato che “l’Ue è pronta ad offrire un immediato e concreto sostegno politico e finanziario, pari a 100 milioni di euro, al nuovo governo”. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, ha esortato i leader libici a “non sprecare questa opportunità”.

Ma dal Paese già arrivano varie prese di distanza. La Bbc cita Abdulsalam Bilashair, del General National Congress (Gnc) di Tripoli: “Non siamo parte di questo. Per noi non ha alcun significato perchè non siamo stati consultati”, dice. Ibrahim Alzaghiat, del Parlamento di Tobruk, afferma: “Questa governo

proposto porterà alla divisione della Libia e si tramuterà in una burla. Il signor Leon non si è dimostrato saggio, ha forse avuto troppa fretta nel concludere l’intesa prima della fine del suo mandato”.

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