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Mafia a Ostia, stangata al clan Fasciani: condannato a 10 anni il capofamiglia

Decapitato il sistema dei prestanomi del clan Fasciani. E nuova stangata giudiziaria per don Carmine, il gran capo che aveva Ostia tra le mani. Ieri l’ottava sezione penale del tribunale di Roma ha comminato per Carmine Fasciani e la sua cerchia condanne per 56 anni di carcere. Le più pesanti sono state riservate proprio alla famiglia: dieci anni per don Carmine, otto per la moglie, e sette per la figlia Azzurra. Gli imputati, dodici in tutto, rispondevano del reato di intestazione fittizia di beni, aggravata dalla finalità di favorire un’associazione mafiosa. Quella che il procuratore aggiunto Michele Prestinipino e il pm Ilaria Calò hanno battezzato come «Mafia di Ostia, una mafia autoctona». Con le sue peculiarità. A partire dalla capacità di impossessarsi delle attività sul lungomare, intestarle ad altri per riciclare soldi sporchi e sfuggire ai controlli della magistratura.

Anche se i Fasciani non si muovono da uomini d’affari ma come gregari di un clan – fa notare l’accusa nella requisitoria – possono contare su una «zona grigia» formata da una imprenditoria che si piega alla criminalità. Non a caso ieri il giudice Marcello Liotta, presidente del collegio, ha rinviato gli atti alla procura per tre testimoni in ordine al reato di falsa testimonianza, tra cui il commercialista Paolo Proteo, imputato in un altro procedimento perché ritenuto consulente del clan. Le altre condanne hanno riguardato Davide e Fabio Talamoni, Daniele Mazzini e Mirko Mazziotti (4 anni e mezzo), Marco D’Agostino (3 anni e 3 mesi), Francesco Palazzi, Gabriella Romani, Marzia Salvi (3 anni) e Fabrizio Sinceri, due.

LE SOCIETÀ
Gli imputati dovranno risarcire le parti civili: un milione a Roma Capitale, mezzo alla Regione Lazio e centomila euro ciascuno per le associazioni Caponnetto, Sos Impresa e Libera di don Luigi Ciotti.

Disposta pure la confisca delle quote sociali delle società Settesei, Rapanui, Yogusto, Mpm srl, ed ancora della Dafa, e del Porticciolo, ultimo mascheramento del Faber Village, simbolo del lungomare. Nella requisitoria, il pm Calò, nel ricostruire le indagini delegate al Gico e al II gruppo della Finanza, che ha portato agli arresti firmati dal gip Simonetta D’Alessandro, aveva sottolineato la complessa e decennale operazione di camuffamento dell’effettiva titolarità del complesso balneare Village, prima Faber Village. Ma anche spiegato «il volto imprenditoriale dell’organizzazione e il volto violento, come un Giano Bifronte, estorce, intimidisce, spara, traffica stupefacenti e investe i proventi dell’associazione mafiosa in attività apparentemente lecite ma finanziate dal crimine e intestate a terzi».

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