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IL CASO/ Auditorium, gioiello tradito

di Maria Pia Miscio
La mancata firma di una delibera da parte del sindaco dimissionario Marino ha innescato una serie di problemi legali e burocratici. Di fatto ormai da mesi il Parco della Musica attende la nomina del nuovo consiglio di amministrazione. Alcuni ostacoli sono stati superati, ancora una volta manca l’autografo del primo cittadino perché la struttura progettata da Renzo Piano possa continuare a funzionare a pieno regime. Un altro dossier aperto sul tavolo del commissario straordinario? E anche in caso di lieto fine rimane una storiaccia zeppa di errori, dimenticanze e inghippi burocratici

È davvero una storiaccia di mala-amministrazione quella che coinvolge, ormai da mesi, la Fondazione Musica per Roma, quella che gestisce l’Auditorium Parco della Musica, fiore all’occhiello tra le istituzioni culturali romane, e italiane in generale. La Fondazione è retta ancora, in via provvisoria, dal presidente e dell’amministratore delegato uscenti con poteri di ordinaria amministrazione, in attesa del nuovo consiglio di amministrazione. A questo punto, dopo una serie di errori, negligenze, inghippi burocratici e legali, sembra quasi fatta, mancano soltanto due firme. Quella del sindaco dimissionario Ignazio Marino e quella del presidente della Regione Nicola Zingaretti. Intanto, in viale De Coubertain, nella grande struttura ideata da Renzo Piano che, oltre alle sale per i concerti e le altre attività culturali, ospita anche gli uffici della Fondazione, faticano a trattenere lo sgomento.La speranza è che l’Auditorium non diventi l’ennesimo dossier aperto
sulla scrivania del commissario straordinario. Ma ripercorriamo per intero la vicenda. Perché, se è vero che Roma sta in piedi da 2000 anni – come ha sottolineato qualche giorno fa il prefetto Gabrielli, sbagliando però i conti di qualche centinaio d’anni – è anche vero che chi amministra la città eterna dovrebbe aiutare la vecchia signora a mantenersi in forma. Magari garantendo il funzionamento di una struttura che, soprattutto negli ultimi anni, ha ben funzionato.
Le premesse c’erano tutte allorché la scorsa primavera, dovendo rinnovare il consiglio di amministrazione della Fondazione, il sindaco Marino, che da statuto ne indica i membri insieme a Camera di Commercio e Regione, ha deciso di reclutare il nuovo amministratore delegato attraverso un bando internazionale. In Campidoglio sono arrivati 141 curricula di altrettanti manager. La scelta è caduta, nonostante il parere negativo della commissione cultura, sullo spagnolo
Josè Ramon Dosal Noriega, che a metà luglio stato presentato in pompa magna da Marino come nuovo ad della Fondazione. E qui ci fermiamo. Perché, alla presentazione in pompa magna non è seguita l’ordinanza sindacale per ufficializzare la nomina di Dosal Noriega. La questione “rinnovo cda” sembrava avviata a lieta conclusione agli inizi di agosto, allorché lo stesso sindaco ha designato, ancora una volta in via ufficiosa, i nuovi membri del cda di “pertinenza” del
Campidoglio; parimenti han fatto Camera di Commercio, Città Metropolitana (la vecchia provincia) e Regione: 15 nomi per amministrare l’Auditorium (Luigi Abete, Stefano Barigelli, Lavinia Biagiotti, Azzurra Caltagirone, Giovanni Castellucci, Umberto Croppi, Sabrina Florio, Gianni Letta, Nicola Maccanico, Valter Mainetti, Giovanni Malagò, Paola Manfroni, José Ramon Dosal Noriega, Francesca Pasinelli e Aurelio Regina) con un sedicesimo membro, Michele dell’Ongaro, presidente dell’Accademia di Santa Cecilia e in quanto tale membro di diritto del cda. Ma anche in questo caso è mancato il sigillo dell’ufficialità, la firma del sindaco Marino che, il 5 agosto scorso, non ha firmato l’ordinanza di nomina, salvo poi partire per qualche giorno e rientrare in Campidoglio il 10 agosto.
Pazientate, lettori, le date sono importanti. Quei cinque giorni sono stati fatali, perché proprio allora è diventato legge il Testo sugli Enti Locali (legge 125 del 2015), che ha abrogato la deroga per le istituzioni culturali relativamente al tetto nel numero dei consiglieri: dunque, non più 15 persone nel cda di Musica per Roma, ma solo 5, ai quali si aggiunge Dell’Ongaro senza diritto di voto. Due mesi di frenetici contatti tra pareri legali “pro veritate”, richieste al ministro dei Beni Culturali Franceschini e al premier Matteo Renzi perché inserissero in qualche decreto il codicillo “salva Auditorium”.
Niente da fare, gli appelli di Marino sono rimasti inascoltati. E così, per consentire all’Auditorium di proseguire la sua attività, il sindaco- marziano ha dovuto chinare la testa e obbedire a ciò che impone la legge. E dire sì alla strada suggerita: vale a dire, permettere la convocazione del consiglio d’amministrazione uscente, resieduto da Aurelio Regina, per votare la riduzione del numero dei consiglieri da 15 a 5. Operazione compiuta il 6 ottobre scorso. La variazione di statuto è stata inviata al Prefetto che, come prescrive la legge, ha provveduto ad approvare le modifiche statutarie e ad iscriverle nel registro delle persone giuridiche in data 13 ottobre. Contemporaneamente si è sciolto l’altro nodo, riguardante il presidente della Regione Zingaretti, per il quale l’Anac, l’Autorità Nazionale Anticorruzione presieduta da Raffaele Cantone, aveva chiesto tre mesi di “sospensione” dalla possibilità di effettuare nomine. Il procedimento nei confronti del governatore è stato archiviato dal responsabile regionale anticorruzione, che non ha ravvisato elementi a carico di Zingaretti. Libero dunque di firmare.
E arriviamo così alle due firme mancanti perché la Fondazione Musica per Roma abbia finalmente il nuovo cda e il gioiello Auditorium possa continuare la sua attività, presentando la nuova programmazione, mettendo in vendita biglietti e abbonamenti. Certo, non sarà facile per Marino e Zingaretti scartare 10 persone su 15. Zingaretti, ad esempio, potrà nominare un solo consigliere in luogo di due. Chi sostituirà gli uscenti Renato Viola e Aurelio De Laurentis? Il papabile, secondo
indiscrezioni di stampa, sarebbe Valter Mainetti, amministratore di Sorgente Gruop, ma alla Pisana storcono il naso. E’ una scelta non facile, dovendo assegnare una poltrona di prestigio, sebbene la carica non preveda compensi. Non meno difficile la scelta di Marino, deciso a confermare Aurelio Regina nella carica di presidente, Noriega Dosal come amministratore delegato e Azzurra Caltagirone come consigliere, in luogo del padre Francesco Gaetano, consigliere uscente. Un modo per non scontentare il potente imprenditore e per garantire una quota rosa di nomina “sindacale”. Ma il sindaco ha dovuto far sapere a Malagò, a Gianni
Letta, a Luigi Abete, a Nicola Maccanico, tanto per fare qualche nome, che per loro non c’era più posto. Quinto e ultimo nome è quello di Lavinia Biagiotti, vice presidente, indicata dalla Camera di Commercio, sulla quale non ci sono ripensamenti. Firmeranno Zingaretti e soprattutto Marino? Al momento di chiudere questo articolo non c’era traccia di simili ordinanze. Speriamo si sveglino o si siano svegliati. Di sicuro il lieto fine ci sarà, anche se in extremis. Ma l’esempio di mala-amministrazione resta.
Maria Pia Miscio

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