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L’INTERVISTA/ Stipendi ridotti ai comunales, è stata la vendetta di Marino?

di Sandro Gugliotta
Sono quasi 30 mila e si dice servano a far girare gli ingranaggi della macchina amministrativa capitolina. Molti dicono che sono troppi, che lavorano poco e che sarebbe utile ridurne il numero. Sono gli impiegati del Comune di Roma, intorno ai quali si concentrano mille contraddizioni. Di sicuro per ora c’è che la dimissionaria giunta Marino mesi fa è intervenuta brutalmente sui dipendenti comunali imponendo un nuovo contratto che prevede la brusca riduzione del salario accessorio. Per tutti non proprio. La dirigenza non è stata sfiorata da alcun progetto di riforma delle retribuzioni. Quanto ai comunali, gli stipendi partono da poco più di 1000 euro, soprattutto dopo gli esiti della vertenza ancora aperta sul salario accessorio. Per orientarsi e capire qualcosa di più sulle dinamiche di quel “mondo parallelo” rappresentato dai dipendenti comunali abbiamo chiesto a chi “li difende”, Roberto Betti di USB, cosa sta succedendo e cosa succederà.
Cosa pensano i comunali delle dimissioni del sindaco Marino?
I dipendenti comunali sono anche cittadini di questa città. Pertanto hanno subito l’inefficienza del sindaco Marino, oltre che come amministratore della cosa pubblica, anche come “datore di lavoro”. In campagna elettorale, sia lui che il suo vicesindaco Nieri, proclamavano la disponibilità al dialogo con tutte le rappresentanze dei lavoratori al fine di riqualificare il personale riconoscendolo quale elemento indispensabile ed insostituibile per il funzionamento della macchina capitolina. Subito dopo l’insediamento è partita invece una campagna di denigrazione dei dipendenti con il chiaro intento di riversare sul personale le colpe dell’inefficienza dei servizi. In tal modo si è preparato il terreno allo smantellamento e all’affidamento ai privati di interi pezzi di competenze
anche amministrative. Un esempio: i crediti dell’amministrazione vengono riscossi da società esterne cui vengono forniti uffici, arredi e computer per svolgere un lavoro che hanno sempre svolto i comunali. L’ufficio Giardini, fiore all’occhiello di Roma Capitale, è ormai smantellato e i lavori affidati in appalto; anche la gestione delle banche dati informatiche – il cuore dell’informazione – è in mano a società in appalto con tutti i rischi che questo comporta.
A che punto è la trattativa sul contratto? Perché i lavoratori hanno votato no al referendum che ha dato poi il via libera all’atto unilaterale peggiorativo delle condizioni retributive?
La questione del “Contratto Decentrato del Comparto”, spacciata tramite i media come uno strumento di elargizione di denaro pubblico senza alcun criterio oggettivo ai presunti “fannulloni”, in realtà, e lo si vede ora conti alla mano, è servita solo per far cassa sui dipendenti. Ogni dipendente sta percependo circa 200 € in meno al mese da gennaio 2015. Senza contare che la spesa del personale negli ultimi 5 anni è scesa di oltre 100 milioni e si è ricorsi sempre più spesso al precariato. A tutto questo i lavoratori hanno risposto “no”. L’atto unilaterale è la “vendetta” dell’amministrazione capitolina che non ha più riaperto la contrattazione cui invece è obbligata.
Perché l’amministrazione non dà seguito ai concorsi effettuati, alle 22 procedure selettive per circa 2000 posti? Quali iniziative avete in mente rispetto alla posizione di vincitori e idonei?
Le politiche nazionali, che mirano a individuare nella spesa per il personale la causa dell’aumento del debito pubblico, pongono tutte le amministrazioni in condizioni tali da non poter assumere. La situazione è al collasso: aumentano le richieste di servizi, ma diminuisce la capacità di erogazione con il diminuire del personale a disposizione. L’aumento dell’età media del personale, per il blocco delle pensioni, impedisce ogni possibile ricambio generazionale. USB è dell’avviso che solo investendo sul lavoro si può uscire dalla crisi economica e si possono raggiungere livelli di efficienza dei servizi propri di una capitale europea. Ma si tratta di una questione che va risolta sul piano nazionale.

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