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SINODO/ Lo stato dei divorziati risposati non è adulterio

Che quello dei divorziati risposati sia uno stato di peccato non è una novità, ma non si deve parlare di adulterio in questi casi di seconda unione». Le parole di mons. Mark Benedict Coleridge, arcivescovo di Brisbane (Australia), uno dei relatori ai Circoli Minori nel Sinodo sulla famiglia, mostrano come in quest’assemblea sinodale abbia fatto passi avanti il modo di approcciarsi alla questione più spinosa sul tappeto, quella di chi è unito in seconde nozze civili civile dopo il fallimento del precedente matrimonio: uno stato che, per le norme della Chiesa, era finora considerato di «adulterio» rispetto alla precedente unione sacramentale, se non dichiarata nulla. Ma in quest’assemblea sinodale, e quanto dice il presule australiano lo dimostra, si sta andando avanti anche nel linguaggio, a dispetto della passata rigidità dottrinale. «Non si può dire che ogni secondo matrimonio sia un adulterio – ripete mons. Coleridge nel briefing con la stampa -. Se si tratta di una situazione stabile, magari con dei bambini, non è come se parlassimo di una coppia che si incontra ogni tanto in un alberghetto in una relazione segreta. Non può essere la stessa cosa». Il relatore del Circolo ‘Anglicus C’, impegnato ora come gli altri 12 nell’apportare proposte ed emendamenti che contribuiranno alla relazione finale del Sinodo, invita quindi al «discernimento e al dialogo pastorale, ad ascoltare e valutare queste storie: non solo ad andare avanti mostrando quella che è la dottrina della Chiesa e basta». «Ci sono tante situazioni, anche irregolari – insiste -, ma ogni storia è diversa. Mi addolora che le persona si sentano escluse e si isolino. La Chiesa sinodale è per definizione una Chiesa in ascolto». Coleridge, sulla questione dei risposati e la loro perdurante esclusione dai sacramenti, invita anche a non entrare nella prospettiva del «tutto o niente, o ammessi o tenuti fuori. C’è anche un vasto territorio inesplorato. Stiamo attenti a interpretazioni manichee, del bianco o nero, ci sono anche tante situazioni sfumate. No, comunque, alla parola ‘adulterio’: è brutta per descrivere situazioni che non sono tali». Per il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, «siamo in un campo non dico minato, ma molto delicato: non bisogna generalizzare, ma studiare caso per caso, affidare la cosa al vescovo. Se non è uno stato di peccato, comunque, è uno stato di disordine, e la conversione per me è sempre necessaria». Anche per il vescovo di Parma mons. Enrico Solmi, per anni capo commissione Cei sulla Famiglia, quella dei divorziati risposati è una «situazione non conforme a quanto detto sul matrimonio da Gesù nel Vangelo. Ma occorre considerare che è una situazione di vita, che riguarda persone battezzate. Ci sono fasi, anche con nuclei familiari ormai assodati, con figli». Quindi anche per Solmi servono «ascolto e discernimento, mettersi accanto e dialogare: vedere quali sono i rapporti con la vita passata, quali le prospettive per il futuro. Ed è così che può emergere un pentimento rispetto agli errori: è questa la ‘via penitenziale’, camminare ancora, chiedere perdono. E va tenuto conto di questo bisogno di essere accolti in un cammino di riconciliazione con Dio, che può avvenire anche al di fuori della mediazione della Chiesa». La valutazione «caso per caso» sembra la più diffusa per chi apre alla possibilità che anche i risposati possano avere la comunione, ma nessuno si sbilancia sulle percentuali al Sinodo tra chi è a favore e chi è contro. «Non arriveremo mai a dividerci in questo modo» garantisce Twal. Sia Coleridge che Solmi, comunque, dicono no a un Sinodo soltanto «cosmetico», che apporti «modifiche superficiali», fermo restando che la dottrina deve rimanere «intatta». Il punto, nella prassi pastorale, è arrivare a mettere insieme «misericordia e verità», su questo tutti convergono, e anche arrivare alla fine di questa settimana con un documento «che stia in contatto con la realtà». «Non dobbiamo ragionare in termini astratti, ma concreti, dobbiamo radicarci nella realtà», chiosa Coleridge. E una ventata di «realtà» nel Sinodo è stato il racconto del vescovo messicano, che ha commosso tutti, sul bambino che alla prima comunione ha spezzato l’ostia per darne un pezzetto anche al papà e alla mamma risposati, altrimenti impossibilitati a ricevere la comunione.

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