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Kerry media con Netanyahu. Hamas, l’intifada non si ferma

Mentre gli attentati palestinesi non si fermano e Hamas annuncia che «l’Intifada per Gerusalemme continuerà», la diplomazia è scesa in campo per calmare la situazione in Medio Oriente. Da Berlino, oggi epicentro politico degli sforzi della comunità internazionale, il segretario di Stato Usa John Kerry all’inizio dell’incontro con il premier Benyamin Netanyahu ha messo sul tavolo la richiesta prioritaria della fine «dell’istigazione e della violenza». Poi, dopo la riunione con Netanyahu (durata 4 ore), ha espresso il suo «cauto ottimismo», indicando, ma senza specificare, alcuni argomenti che potrebbero avere effetti positivi per la distensione. Quegli ‘argomenti’ saranno oggetto degli incontri che Kerry avrà nei prossimi giorni ad Amman con il presidente palestinese Abu Mazen e Abdallah di Giordania, quest’ultimo garante della Spianata delle Moschee. Kerry non ha esitato a sottolineare che quelle riunioni saranno «molto importanti per concordare sui passi che possono essere presi oltre alle condanne e oltre alla retorica» in modo da mettere fine alla violenza. Netanyahu ha tuttavia ribadito a Kerry che è Abu Mazen a «spargere menzogne su Israele». «Sono menzogne – ha insistito – che Israele voglia cambiare lo status quo alla Spianata delle Moschee, sono menzogne che Israele stia giustiziando i palestinesi. Tutto ciò è falso». Non è un caso che, secondo indiscrezioni dei media in Israele, Netanyahu abbia chiesto a Kerry (e subito dopo al capo della diplomazia Ue Federica Mogherini) che la Giordania e l’Autorità nazionale palestinese diffondano un comunicato chiarendo che lo status quo sulla Spianata delle Moschee non è stato violato. Mogherini – che domani parteciperà ad una riunione del Quartetto – al termine del colloquio con il primo ministro israeliano, ha usato toni più morbidi: «Ottimismo è troppo, ma – ha spiegato – non vado via da Berlino con la sensazione di un colloquio del tutto negativo». Il capo della diplomazia europea ha sottolineato di avere «speranza» nei prossimi incontri, aggiungendo di «avere visto Netanyahu molto consapevole della situazione e preoccupato per Israele e impegnato a dare un contributo». La situazione sul campo però non si placa: il leader di Hamas Khaled Meshaal dal Sudafrica, invitato dal partito di governo, l’Anc, ha detto che «l’Intifada di Gerusalemme», come ha definito l’escalation di violenze in Israele e nei Territori, non si fermerà. «La rivolta – ha spiegato in un comizio – continuerà fino al raggiungimento della libertà per la Palestina e il suo popolo». Dello stesso tenore una dichiarazione di Adnan Ghait, capo dell’ala militare di Fatah, i Tanzim. «Né Abu Mazen – ha detto – né alcun altro può controllare la situazione se Netanyahu continua a dare ai suoi soldati il permesso di uccidere la gente e di operare sulla Spianata delle Moschee». Ed oggi – dopo due altri episodi della scorsa notte – ci sono stati due attentati. Il primo è avvenuto stamattina all’ingresso di una sinagoga di Beit Shemesh, nei pressi di Gerusalemme, dove, secondo la polizia, un religioso israeliano è stato pugnalato da due palestinesi (originari di un villaggio presso Hebron) che avevano addosso simboli di Hamas. Uno dei due aggressori è poi morto dopo essere stato colpito dal fuoco di reazione degli agenti. Il secondo episodio, secondo la Radio militare, è stato un tentato accoltellamento ai danni di un soldato ad Hebron in Cisgiordania da parte di un palestinese datosi poi alla fuga. Il soldato è incolume. Nei quartieri arabi di Gerusalemme la polizia ha arrestato 26 palestinesi sospettati di aver preso parte alle violenze di questi giorni. Sui media israeliani si parla di un prossimo appello da parte di numerosi rabbini agli ebrei a non salire sul Monte del Tempio (Spianata delle Moschee).

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