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FESTA ROMA/ Larrain, il mio cinema dà un pugno nello stomaco

Per il cileno Pablo Larrain i temi controversi non sono mai stati un problema: dopo aver affrontato la dittatura di Pinochet, fra gli altri, in Tony Manero, Post Mortem e No, parla di preti pedofili e colpe della Chiesa in El club. Il film Orso d’argento – Gran Premio della Giuria a Berlino e candidato cileno all’Oscar, in uscita in Italia il 20 novembre con Bolero, conclude alla Festa del Cinema di Roma la retrospettiva sul cineasta. «Il mio è un cinema politico ‘irresponsabilè, non voglio trasmettere messaggi, mi sembrerebbe di insultare l’intelligenza degli spettatori» dice stasera il regista, nell’incontro con il pubblico al Maxxi. Secondo Larrain, classe 1976, «un cinema politico che comunicasse messaggi era forse necessario negli anni ’60 e ’70 quando si voleva rifondare la società. Per me il cineasta è come un bambino con una bomba in mano che può esplodere o no. Il vero cinema politico, quello che dà un pugno nello stomaco, è sensoriale, lascia emozioni forti». El club «si è inserito nel processo di creazione di un altro film, più grande e impegnativo, Neruda, che ho girato quest’anno. L’ho scritto e girato molto rapidamente». La sceneggiatura «non è mai stata data agli attori (tra i quali il suo interprete feticcio Alfredo Castro, Roberto Farias, Antonia Zegers). Non conoscendo la storia, potevano recitare solo nel presente, si è creato così il limbo in cui si trovano i personaggi». Riservandosi di parlare di più della sua ultima opera domani in conferenza stampa, il cineasta si sofferma su come nasce il suo cinema: «Nei miei film parlo della dittatura, dell’impunità, dei luoghi del potere. Mi sono accorto di essere scomodo non solo per la destra ma anche per la sinistra cilena, che ad esempio non ha amato No (storia della campagna ideata da un brillante pubblicitario, per il voto contro la dittatura al referendum del 1988). Pensavano li legittimassi di più mentre mostro come Pinochet sia stato abbattuto dal suo stesso veleno. Mi va bene non essere gradito, si è più liberi». Accennando all’attuale situazione politica, dice di non avere nulla «contro l’attuale presidente (Michelle Bachelet), infatti l’ho sostenuta». Gli interessa raccontare «personaggi vittime di un processo politico che non accettano e allo stesso tempo vittime di se stessi». La chiave del suo cinema « è il mistero, lascio sempre qualcosa di non definito, nella storia e nei personaggi. È il loro lato pericoloso, perchè il pericolo nasce da ciò che non si conosce». Larrain, figlio di un politico di destra («con lui non parlo di politica» dice sorridendo) ama lavorare con gli stessi collaboratori, e prima di iniziare le riprese, va a raccogliere le idee nella sua casetta al mare, dove con il direttore della fotografia Sergio Armstrong, «rivediamo molti film. Non ne manca mai uno di Pasolini».

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